Sono così tante, contrastanti, le sensazioni che hanno accompagnato - domenica sera - il mio ritorno allo Stadio Olimpico che non saprei da dove cominciare. E così, giocando a carte scoperte, vi confesso che questo articolo l'ho iniziato, e riniziato, molte volte. Tante come le chiavi di lettura che avrei voluto dargli. Diviso tra il senso, forte, di appartenenza alla Roma e quello, altrettanto prepotente, alla tifoseria.

Già...perché rivedere dal vivo questa squadra – non lo nascondo – è stata un'emozione. Forte, bella, primordiale: come fossi tornato ragazzino a correre sulle scalette per arrivare prima a vedere il campo. Bello, mamma mia. E verde smeraldo: verde come gli anni migliori che ognuno di noi ha regalato alla Roma senza chiedere, mai, nulla in cambio. Verde come la speranza, quella di lasciarsi alle spalle questo maledetto virus e con lui, tra le altre cose, l'impossibilità d'abbracciarsi, di stare l'uno accanto all'altro. Gonfi e tronfi di felicità dopo un gol che, da sempre, ha avuto il potere – direbbe qualcuno – di farci sentire amici anche se non ci conosciamo.

E, invece, gli amici erano a casa. Che semmai, dopo il tumulto di un'azione, ho corso il rischio di dimenticarmelo... c'è sempre stato, alla mia destra, il mio settore – il curvino – desolatamente vuoto a ricordarmelo. E con lui...la Curva Sud. Esiste la Roma senza la Curva? Me lo sono chiesto. E mi sono risposto di no. Non è letteratura, è storia. La storia delle generazioni che, alternandosi, l'hanno popolata. La storia di un rapporto straordinario, morboso e transitivo – tifosi-squadra – in cui ognuno è indispensabile all'altro.

Perciò no, domenica sera ha avuto poco a che fare con l'idea di stadio che custodisco gelosamente fin da bambino. E questa frustrazione non m'ha lasciato in nessuno dei novanta minuti in cui, rieccola la contrapposizione dei sentimenti, la Roma m'ha emozionato come sempre. E torno, allora, all'inizio. A quel contrasto, forte e insanabile, tra la nostalgia per quello che avrei voluto – baretti, amici, bandiere, calore-colore, folla, cori – e la felicità per quello che avevo: la Roma stessa. Che, specie nel primo tempo, ha giocato, corso e rincorso come ogni tifoso vorrebbe sempre. Segnando pure due gol che m'hanno fatto esultare con rabbia, e orgoglio, come non mi capitava da mesi.

Ero lì, felice di starle accanto. Ma irrequieto all'idea che di questo surrogato di calcio dovremo continuare a cibarci, nella migliore delle ipotesi, ancora per troppo tempo. Una bolla patinata, ma senza nerbo, in cui tutto è troppo simile ad una partita alla Play e troppo poco all'evento caotico e pieno di rituali che, da sempre, toglie il sonno a tutti quei tifosi che con il pensiero della Roma ci vanno a dormire e ci si svegliano pure.

La sapete una cosa? Per tutti questi motivi, prima dell'estate, probabilmente avrei scelto di non accettare l'invito allo Stadio che, sabato, m'ha fatto un mio caro amico nel tentativo di alleviare la mia brutale nostalgia del viverla dal vivo. Ma questo maledetto virus non regala certezza...se non quella che la strada sarà ancora lunga.

E, allora, ho scelto di andare. Per non dargliela vinta! Nella convinzione che se non sarà lui ad andarsene saremo noi – speriamo, però, per non troppo tempo – ad imparare a conviverci: sì, rispettando elementari, ma prioritarie, accortezze che possano disinnescarlo ma senza mai rinunciare a vivere.

Perché la differenza tra vivere e sopravvivere è proprio questa: nutrire le proprie passioni. E la Roma, da quando ho memoria, mi ha accompagnato nella crescita così come io continuerò a starle a fianco finché le mie gambe reggeranno. Perciò sì, domenica sera mi sono mancate tante, troppe cose. Ma davanti a me c'era la Roma. E, allora, tanto solo non mi ci sono sentito mai.