Strano a dirsi, ma stasera comincia il campionato di Serie A. E perdipiù gioca la Roma, a Verona, calcio d'inizio ore 20,45, con una squadra già storicamente ostica, poi da quando l'ha presa in gestione tecnica Juric ancora di più, perché se giocare contro l'Atalanta è come andare dal dentista (Guardiolacit.), ormai giocare contro il Verona è come farsi un tampone: prima ti avvicini con speranza e preoccupazione, durante senti molto fastidio e dopo puoi brindare allo scampato pericolo oppure devi affrontare le complicate conseguenze dello sconfortante verdetto.

In ogni caso non varrà per nessuno la scusa che la squadra è incompleta, la preparazione non rifinita, il quadro societario non ancora chiaro. È il Covid che ha stravolto le nostre vite e il calcio non ne è stato certo immune, tutt'altro. Per certi versi, il baraccone del pallone che ha ricominciato a rotolare ad emergenza ancora attiva è servito come esperimento sociale: ad esempio, ha fatto capire a tutti quanto sia ancora centrale la figura dello spettatore calcistico, forse più di quello televisivo. Perché c'è stato un calcio di stadi pieni prima che i diritti televisivi rendessero più gonfio il fiume dei ricavi - e di sicuro c'era meno ricchezza ma certo non minor passione, anzi - ma non potrà mai esserci un calcio solo televisivo, nel vuoto pneumatico delle cattedrali silenziose che fanno da grigia cornice alle partite di oggi.

Al Bentegodi stasera avremmo visto un'atmosfera suggestiva (lo diceva anche Juric ieri in conferenza stampa), con uno stadio intero a tifare per i butei e la curva ostinatamente giallorossa a garantire l'equilibrio dei decibel. E invece sentiremo le urla degli allenatori per aggiustare le traiettorie delle squadre non ancora compiute che in un modo o nell'altro bisogna rimettere in campo. Basti pensare a Kumbulla che ha cominciato la settimana preparando la partita con la casacca del Verona e l'ha terminata con quella della Roma. O a Smalling che Fonseca non ha smesso di evocare e che speriamo di non dover rimpiangere tutti stasera. O a Dzeko che al Verona ha segnato il penultimo gol della sua carriera romanista, lo scorso 15 luglio, e che oggi potrebbe guidare l'attacco giallorosso, ma poi da domani penserà a come battere la Roma domenica prossima.

Paradossi di un mercato che peraltro continuerà fino al 5 ottobre, altra illustre pensata degli influencer del Consiglio Federale: chissà quante altre squadre saranno stravolte, come se i punti di queste prime giornate valessero di meno delle ultime. Anche per la Roma partire bene sarà fondamentale, come per tutti, certo. Ma la diversità della prospettiva è evidente: se per chi lotterà nelle posizioni mediobasse della classifica far punti in questi giorni incerti si rivelerà una manna più avanti, ma se non li fai pazienza, invece non farli per chi punta in alto potrebbe rappresentare un problema senza soluzione. Quella di oggi sarà la classica partita in cui bisognerà per forza essere "schiavi del risultato".

In un certo senso il garante del progetto si è autoproclamato Fonseca. Se nessuno si aspettava di vederlo polemico e sfrontato come capita spesso a molti suoi colleghi in certa di scuse preventive, di sicuro se avesse visto l'orizzonte oscurato da troppe nubi avrebbe evitare di dire ciò che invece ha confessato serenamente ieri in conferenza stampa: «Questo progetto mi piace, condivido l'idea di puntare su una squadra più giovane, con il giusto mix tra esperienza e talento». Stop, dunque, alle preventive polemiche sui presunti malumori che già alimenterebbero le giornate a Trigoria. Al momento bisogna stringere i denti, limitare i danni e ottenere il massimo da ogni evento, si tratti di un allenamento o di una partita. Oggi si vola, ricomincia il campionato e gioca la Roma. Non è ancora bello come vorremmo, per il momento proviamo ad accontentarci.