Qualche giorno fa proprio Il Romanista ha condiviso, sui suoi social, questa fotografia. La trovo meravigliosa. Perché ci riconsegna un calcio meno patinato e più vicino al popolo. Una vicinanza tangibile, reale. Di giocatori sudati che in ritiro, su sentieri di montagna, corrono facendo lo slalom tra i tifosi prima ancora che tra i paletti sistemati dal preparatore atletico.Un legame non quantificabile con il numero dei like raccolti su Instagram ma in quello degli abbracci, degli autografi. Questa fotografia è il manifesto della spontaneità. Sì, lo so: anche loro erano dei miliardari, giocatori professionisti. E poi lungi da me l'idea di scrivere il Bignami della nostalgia. Anche perché la ROMA mi emoziona oggi come allora. Però questo scatto fa balzare agli occhi la semplicità di un potenziamento muscolare affidato al trasporto di un compagno. Il sorriso dei tre protagonisti. E quelle sciarpe legate sulla fronte - manco fossero Rambo - di Claudio Paul Caniggia e, soprattutto, Sebino Nela. Oddio… lui, Rambo, per noi tifosi un po' lo era per davvero.

Con quella mezza tuta ad evidenziare, ancor di più, quelle gambe divenute leggenda. E ancora: immaginate, solo per fare un esempio, i materiali di oggi; traspiranti, ultraleggeri. E poi metteteli in comparazione con l'acrilico e il cotone, misto flanella, di quegli scaldamuscoli, di quelle maglie d'allenamento. Ah, loro: straordinarie. Come, del resto, tutto il materiale Adidas di inizio anni novanta con, in primis, naturalmente le maglie da gara. Quelle, a mio giudizio, sono state - in assoluto - tra le più belle nella storia della ROMA.

Aldair, Caniggia e Nela. Tre giocatori che per motivi differenti ho avuto - ho - nel cuore: del brasiliano ricordo ancora l'annuncio del suo acquisto dato dal Tg2 della notte. Piena estate, ero al mare. Appena rientrato a casa ad esultare, con mio cugino, per quel colpo di mercato fino a che, affatto divertita, s'era svegliata mia madre per riportare la calma. Caniggia, poi, era un mio pallino dai tempi del Verona, prima ancora che dell'Atalanta. Il figlio del vento che, qui nella Capitale, s'è fermato quasi subito. Purtroppo. Anche se a lui, io come tutti gli altri tifosi della ROMA, ho legato l'indimenticabile ricordo di quel gol - bellissimo e liberatorio - al Milan nella semifinale d'andata di Coppa Italia del 1993. Ultimo, ma primo, Sebino Nela: in quel periodo il mio punto di riferimento - in mezzo al campo - per temperamento e senso d'appartenenza. Che se dovessi rappresentarlo con una fase della vita lui, per me, sarebbe l'adolescenza.

Ecco, sono arrivato al punto. Questa fotografia è una corsa in bicicletta, una boccata d'aria fresca, un tuffo a mare d'estate. Perché, con lei, si porta dietro non solo tanti ricordi calcistici ma, anche, quelli di un periodo della vita spensierato e concitato come quello delle scuole superiori. Quelli, infatti, per me erano gli anni del liceo. E quelle maglie d'allenamento, verde come i miei anni, rappresentavano al meglio gli stati d'animo di un adolescente che, per la ROMA, già perdeva il sonno dopo una sconfitta. È passata una vita, preistoria. Anzi, storia. Eppure gli stati d'animo sono rimasti gli stessi seppur, oggi, la pornografia dell'immediato c'ha tolto la componente dell'immaginazione, del sogno. Tutto questo, però, ce lo ha riconsegnato questa fotografia.