Nove mesi per far nascere la Roma dei Friedkin. Era la fine di ottobre quando iniziarono i primi rumors intorno alla compagnia texana di proprietà di Dan, californiano d'origine ma che aveva costruito a Houston il impero negli States. In principio fu Il Tempo a parlarne in Italia. The Friedkin Group si accingeva a procedere alla due diligence (avviata a novembre) sui conti della Roma di James Pallotta per valutare la possibilità di acquisire il pacchetto di maggioranza del club. In una città «iconica», come l'ha definita Dan Friedkin in una delle prime parole da nuovo proprietario della Roma. Una delle grandi del calcio italiano, con il progetto (in sospeso ma in via di approvazione) di un'opera gigantesca come lo Stadio in una città "ferma"da troppi anni. Con una squadra che aveva da poco compiuto un exploit in Champions League tale da essere esportato in tutto il mondo, anche laddove il calcio non ha la stessa cassa di risonanza dell'Europa. Una volontà ferma, quella dei Friedkin, di aggiudicarsi la Roma, che portò al comunicato del 30 dicembre scorso dal quale si presumevano negoziazioni alla stretta finale per arrivare alla fumata bianca. La Roma, su richiesta della Consob, fece il punto con una nota sullo stato d'avanzamento della trattativa per l'acquisto del club da parte di Dan Friedkin. In particolare, si spiegava che non era stato ancora formalizzato (ma c'era una stretta di mano) «alcun accordo definitivo per la cessione» e che qualsiasi operazione con il Gruppo Friedkin era «subordinata al completamento con esito positivo delle attività di due diligence legale sul Gruppo AS Roma».

Un percorso di studio piuttosto complesso, dovendo esplorare la galassia Roma, con tutte le società che la compongono, che trovò grande eco sui media anche per la visita dei legali del gruppo in Italia dei primi di febbraio, quando sbarcarono nella Capitale Brian Walker, Director of Strategy and New Ventures, Brad Beinart, Director of Finance and Asset Management, Derrick Burnett del reparto Strategy e New Ventures più Matthew Edwards, Director of It, Information Technology per incontrare la dirigenza giallorossa e in particolare il Ceo Guido Fienga e il vicepresidente Mauro Baldissoni e Bob Needham della Raptor nella sede di Viale Tolstoj. Anche Marc Watts, presidente del Gruppo, si palesò nei giorni seguenti. Ci furono colloqui anche con l'allora ds Petrachi. Si viaggiava, insomma, spediti verso il passaggio di proprietà, che nelle previsioni sarebbe dovuto avvenire nella seconda metà di febbraio, con le prime firme sui contratti preliminari tra le parti. Al prezzo di circa 700 milioni di euro, al lordo del bond da 275 milioni, di altri 60 milioni circa di oneri e altre spese per la costruzione dello Stadio versati da Pallotta.

L'arrivo del coronavirus

Ma qualcosa andò storto, non tanto per le volontà delle parti, che pure probabilmente tergiversarono un po' nel momento di stringere, quanto per la diffusione nel mondo dell'epidemia di Covid-19. Il calcio, come il resto dell'economia globale, rimaneva travolto e iniziava a regnare sovrana l'incertezza. Le parti si diedero appuntamento più avanti, pur rimanendo ferme le volontà reciproche: di Pallotta di vendere e di Friedkin di acquistare. Chiaramente con un altro quantum. Perché il mondo stava uscendo deprezzato dal coronavirus e il calcio ha vissuto probabilmente la sua più grande crisi che a memoria si ricordi, tanto che solamente le guerre mondiali erano riuscite nella storia a sospendere le partite e i campionati. Slittamenti di calendari, tornei dichiarati conclusi, battaglie legali e schermaglie per contratti televisivi e di sponsorizzazione. Eppure dopo la fine del lockdown, nel mese di maggio e con una semestrale del club da urlo (di paura) "mister Toyota" ha deciso di riaffacciarsi e bussare alla porta di Pallotta: 490 milioni sul piatto in vari step più 85 milioni di ricapitalizzazione del club, l'offerta. Respinta al mittente da Boston con tanto di intervista sul sito ufficiale del club nella quale veniva definita lontana dal poter essere accettata. Anche se nel business la pazienza la vince, inizialmente fu il grande freddo, con Goldman Sachs, advisor di Pallotta, che aveva mandato in giro la famigerata brochure in cui proponeva l'affare Roma costretta ad ascoltare altre manifestazioni di interesse, tra speculazioni varie e interlocutori effimeri.

Dan Friedkin non si è certo scomposto per le dichiarazioni piuttosto dirette (specie quelle sul portafoglio di famiglia) di Pallotta, e anzi, ha dimostrato la determinazione di cui lo stesso Jim ha parlato invece dopo la conclusione del deal. Ha superato ogni concorrenza. È stato un mese di luglio molto caldo tra cordate worldwide e misteriosi soggetti rimasti nell'ombra per cercare di aggiudicarsi la Roma. Fino ai giorni nostri, a quella sorta di "finalissima" che è stata l'ultima settimana, quando si è arrivati a una corsa contro il tempo, tra i soci di Pallotta che premevano per uscire e l'imprenditore kuwaitiano Al Baker che usciva allo scoperto sull'offerta presentata per acquistare la Roma. Un'offerta apparentemente convincente dal punto di vista delle cifre, ma meno garantita di quella di Friedkin. La cui tenacia è stata premiata dall'ultimatum di Pallotta al gruppo arabo che gli ha spianato la strada. Da giorni si scrivevano i contratti negli studi che assistevano le parti. E nella notte tra il 5 e il 6 agosto, è stato messo tutto nero su bianco per 591 milioni complessivi. Con le firme di Friedkin e Pallotta apposte sui documenti.