Della ROMA ne parlano tutti, sempre. Quelli che, per professione, hanno litri di bile da scaricarci sopra. Quelli che dicono di volerle bene ma poi si divertono a percularla come fossero tifosi di un'altra squadra. Quelli che di un'altra squadra lo sono per davvero. E poi anche, e soprattutto, quelli che, grazie al cielo, hanno la necessità di nominarla perché senza, almeno con le parole, non riescono a starci. Morale: il nome della squadra della città eterna rimbomba di continuo dappertutto; nelle strade, nei bar, nelle radio, sui giornali, nelle chiacchiere tra amici… Riferimento assoluto per tutti noi dannati di questa folgorante passione che, chirurgicamente, c'ha asportato fin dal primo giorno in cui c'è scoppiata dentro la noia dell'obiettività. Faziosi. Orgogliosamente faziosi, la nostra genesi. Poi, è chiaro, ogni volta che la ROMA è stata coinvolta o sconvolta da qualche accadimento, più o meno importante, ognuno di noi ha avuto la forza e la volontà di avventurarsi in un'analisi critica per accorgersi, con dolore, che si poteva fare meglio. Anzi, che si doveva fare meglio.

Perché un conto è l'idea, il fuoco, la ragion d'essere e il sentimento ROMA. E un altro la realtà dei fatti. Dove per realtà dei fatti non intendo neanche i risultati conseguiti sul campo ma le dinamiche, e le circostanze, che interessano la proprietà, e a cascata la dirigenza, che nel corso della storia ha avuto l'onore e l'onere di prendere le decisioni. E allora sì, si può criticare. Frase da utilizzare come antidoto al «E allora pe' voi va tutto bene» che, ormai, è diventato il mantra preferito di tutti quelli che, però, al contrario hanno dimenticato che si può anche sostenere, essere felici di una vittoria, raggianti per un gol al novantesimo, speranzosi per la partita che verrà. E invece no, incazzati. Sempre. Anche dopo tre punti conquistati in trasferta. Figurarsi allora quando, per l'ennesima volta, la ROMA si ritrova a crogiolarsi nel suo tafazzismo senza tempo, e spesso pure senza logica, in questo cortocircuito legato al nome di Gianluca Petrachi. Quello che era un incapace e che, adesso, manco a dirlo, è diventato di colpo il direttore sportivo dei direttori sportivi. Da analfabeta a Robespierre, è stato un attimo.

Perché, ormai, queste piroette sono diventate un grande classico. La giacca blu di certe dinamiche adatte per ogni stagione. Tanto che, fossi io la ROMA, ogni volta che decidessi di confermare qualcuno, e parlo principalmente di calciatori, farei in modo di far uscire la notizia che questo qualcuno è ad un passo dalla cessione. Due giorni di lacrime e sangue, di «Era un campione» e «Senza di lui non si potrà andare avanti». Per poi sbandierare la sua conferma: tutti contenti? Ma questi sono giochetti elementari, lo so. Roba da rubagalline. Anche se poi sono proprio i rubagalline a influenzare la vita nei pollai. Anche se poi sono proprio certi elementari percorsi A-B-C a governare il rapporto causa-effetto. Per qualcuno, ahimé, causa-affetto. E torno, allora, a qualche riga fa quando avevo scritto «Per accorgersi, con dolore, che si poteva fare meglio». Perché sì, in questa vicenda la ROMA doveva far meglio! Ma quel «Con dolore» è lì a rappresentare tutti coloro che, vedendo arrivare il temporale, soffrono all'idea che la ROMA, e il sogno che questa rappresenta, sarà travolta dagli acidi di chi non aspettava altro per sostituire il tappetto delle proprie penne con le baionette. Il problema, allora, non è Petrachi. E manco Pallotta. Perché loro, come tutti gli altri prima, passeranno. Mentre la ROMA resterà per sempre!