Aveva tirato una monetina nella fontana di Trevi, l'ha confessato recentemente in un'intervista per il canale ufficiale della Roma. E il destino ha legato il suo nome ai colori della Città Eterna. Un anno fa veniva ufficialmente annunciato il matrimonio tra Paulo Fonseca e la Roma. Il giorno seguente il Dia de Portugal, la festa nazionale del suo Paese, e il giorno precedente la notte di Sant'Antonio, tra il 12 e il 13 giugno, ricorrenza cara a Lisbona, la città dov'è cresciuto nel quartiere di Barreiro. Dopo la burrascosa estate degli addii dei simboli di Roma, Totti e De Rossi, e la mancata qualificazione per la Champions League, tra l'Ucraina, il Portogallo e Londra si concretizzava la trattativa e poi la firma del tecnico nato in Mozambico con il club giallorosso. «Un altro marziano a Trigoria», disse qualcuno. «Meglio così», disse qualcun altro, sottintendendo che per la Roma serviva un allenatore "incontaminato". «Ma non troppo», dicevano quegli altri.

Insomma, era come se non bastasse una carriera sorprendente - con l'impresa al Paços de Ferreira, l'ascesa al Braga e al Porto, e per finire sette titoli conquistati alla guida dello Shakhtar Donetsk - per un tecnico così giovane, nato nel 1973. Settantatré, come le 73 volte che è finito in copertina sul Romanista, il giornale che non si è mai chiesto se fosse poco, molto o troppo "marziano", ma che è volato a Lisbona in estate, con qualche partita di pre-campionato come metro di giudizio, a cercare di conoscere il suo percorso in patria. Alla scoperta delle sue radici, per conoscere meglio colui il quale, Paulo, aveva vinto la concorrenza con Roberto (De Zerbi), ed era noto agli italiani per la beffa rifilata al Napoli in Champions League con il suo Shakhtar Donetsk e la conferenza stampa travestito da Zorro. Volevamo smascherarlo. E oggi Zorro non c'è più, c'è un allenatore che con le sue idee, il suo equilibrio e la sua tenacia ha conquistato tutti, pure i marziani.

La sua Roma

Sorpreso dall'accoglienza del club e della città, che ama girare e visitare per assaporare la storia e la cultura. Ha scelto di vivere in centro (a Monteverde, dove conduce una vita molto semplice, fatta sì, anche di spesa «sempre al solito supermercato») anche per questo, dopo che con sua moglie Katerina, che lo ha raggiunto poco dopo il suo arrivo nella Capitale con il figlio Martin, aveva visitato la Città Eterna da turista, oltre che per sfidare in Champions l'anno prima la sua futura squadra allenata da Di Francesco. Il centro, già. E poco importa se occorre fermarsi ogni tre minuti con qualche tifoso che gli chiede un selfie o un autografo. Il feeling che si è creato fin da subito con società, squadra e tifosi ha fortificato l'attaccamento di Fonseca a Roma e alla Roma. È portoghese, ama il sole, la gente solare, che qui ha ritrovato calorosa dopo gli anni bellissimi in Ucraina, quelli dei trofei con il club del magnate Rinat Akhmetov, dove il pubblico non è poi così "freddo" come si può immaginare, ma è stato profondamente segnato dalla guerra che costrinse l'ex squadra di Fonseca a trasferirsi di sede a oltre 300 km in quel di Kharkhiv.

Fonseca si è calato piuttosto velocemente nella mentalità italiana e romana. In estate ha non solo convinto Edin Dzeko a rimanere nella Capitale e dire per la seconda volta no a Conte, ma ha convinto lo spogliatoio, con l'intensità. Si è preso i senatori e i pulcini. Ha iniziato all'arrembaggio col Genoa in casa, si è scottato. Sembrava "Acesnof", il contrario di Fonseca, nel suo primo derby. «Catenacciaro», gli hanno detto dopo essersi chiesti se fosse tornato Zeman a Roma. Lui, come racconta chi gli sta più vicino, non si è mai scomposto, ha trovato una sintesi. Che indipendentemente dagli interpreti in campo (ha fatto tornare, anche se per poco, un giocatore importante Javier Pastore) restituiva al pubblico una compagine riconoscibile, un'identità. E l'identità, lui, ha capito bene cos'è in dodici mesi di Roma. Ha capito cosa vuol dire subire delle ingiustizie, riuscendo nell'impresa di andare fuori di testa solo una volta, quando l'arbitro Massa ha annullato in maniera singolare il gol di Kalinic contro il Cagliari frenando la Roma. Massacrata dagli infortuni in quella partita, per altro. Ha chiesto scusa, non ha mai pianto (come diceva della Roma Dino Viola) per gli infortuni - ai quali si sarebbe pure potuto attaccare come a un alibi per qualche punto in meno - né per gli altri (e ce ne sono stati) arbitraggi. Ha fatto sua l'identità romanista. E ha pure cantato l'inno nei tristi mesi del Covid-19, quando il suo club lavorava come protezione civile in seconda e dava l'impressione di una cosa sola con la città. «Impossibile scindere la storia di Roma dalla Roma», ha detto Fonseca. Punto e accapo.

«Una grande famiglia»

Ora c'è la ripresa e Paulo I, che non è un papa, né un re, ma un allenatore che sa il fatto suo e combina ambizione e umiltà, accetta una nuova sfida. Quella di essere ancora una volta lui, il marziano, la certezza di una Roma troppo spesso descritta come lasciata in balia degli eventi, ma che qualcosa ha costruito: «Il primo anno in Italia è stato semplicemente fantastico - spiega la moglie Katerina - Una bella esperienza per la nostra famiglia. Abbiamo avuto davanti molte nuove sfide, abbiamo trovato nuovi amici importanti e un sostegno sincero fin dal primo giorno. Sono davvero felice e orgogliosa di vedere e sentire sempre come i tifosi romanisti sostengono il lavoro e le idee di Paulo. La Roma è una grande famiglia di cui siamo felici di far parte». 

Tempo per ricaricarsi ce n'è stato. Il lavoro è ripreso e dalla prossima settimana sarà un tour de force in avvicinamento al ritorno del campionato. C'è un obiettivo (difficile) da raggiungere, c'è un sogno europeo da coltivare, interrotto prima di imbarcarsi sul volo Roma-Siviglia dal Coronavirus e che può rappresentare un'altra porta d'accesso all'Europa che conta. «Forse sono tra i pochi a crederci», disse in conferenza stampa prima del blocco dei tornei. Noi, che ci chiamiamo Romanista, ci crediamo sempre. E adesso neanche più a scatola chiusa come un anno fa.