Lo stadio l'altro ieri stava per esplodere di tifosi. Gente dal cuore "grosso, mezzo giallo e mezzo rosso" che non ha potuto fare a meno di sostenere la sua squadra del cuore, quella che poi, alla fine, le ha fatto versare lacrime di gioia. Tra questi tifosi c'era anche Max Giusti, comico romano che la Roma l'ha scelta quando a tredici anni un amico lo ha portato allo stadio. «Quando sono entrato allo stadio non ci ho capito più niente, ho visto quei colori e mi hanno scaldato il cuore».

Il tuo 3-0 contro il Barcellona.
«Dopo la partita ho sentito il bisogno di un bagno di romanità, e sono andato con gli amici a Trastevere a mangiare un piatto di carbonara e a bere un bicchiere di vino. È stato magico. Non li abbiamo lasciati respirare e tutti i gol sono arrivati al momento giusto. Nessuno fuori dalla sua testa pensava di farcela. Ma l'altra sera, oltre a una sensazione di magia, c'era uno strano friccicore. Abbiamo fatto al Barcellona quello che il Bayern del 7-0 fece a noi. Non c'è stato mai un attimo di distrazione. I giocatori hanno lottato insieme per coprire gli spazi. Il mio unico rammarico è non aver portato mio figlio. Tra trent'anni avrebbe potuto dire: "Per fortuna papà quella sera mi ci ha portato". Però è piccolino, ha sette anni».

Secondo te, perché siamo riusciti in questa impresa?
«È stata opera dei giocatori e del mister, insieme. Hanno tirato fuori quella voglia di vincere che spesso gli manca e che hanno invece altre squadre. Tanti anni fa parlai con Pruzzo e gli dissi: "Perchè tanti giocatori appena arrivano da noi calano a livello di continuità di rendimento?". E lui mi ha risposto: "Perché a Roma, si sta troppo bene". Ieri invece "camminavano tutti sui pezzi di vetro", per citare De Gregori, tutti giocavano con lo stesso obiettivo. Dzeko è stato eccezionale. È stata la serata perfetta per un romanista perché noi non vinciamo quasi mai ma quando vinciamo, sapendo che non siamo i più ricchi, i più forti, i favoriti, ce lo godiamo incredibilmente».

Che ne pensi di Di Francesco?
«Sta mostrando le sue qualità con la tecnica, con lo studio e soprattutto con grande serietà. Le sue parole non lasciano mai adito a dubbi, è in grado di prendersi le sue responsabilità, parla chiaro, si fa rispettare. Si merita questa vittoria, se l'è guadagnata da solo».

E del bagno di Pallotta nella fontana?
«L'hanno multato. Gliela pago io. Non perché ha bisogno di soldi ma per soddisfazione, perché è stata soltanto una bella serata da festeggiare. Dietro al calcio si celano grandi interessi economici, ma in occasioni come queste c'è anche altro».

Chi vorresti in semifinale?
«Il mio desiderio è trovare il Liverpool in finale, lo aspetto da troppi anni. Mi dispiace solo che non ci sia Grobbelar che ho odiato per tutta la mia infanzia. Adesso abbiamo capito che abbiamo una squadra in grado di farcela, non dobbiamo porci limiti. Tra l'altro essere straricchi, stra-famosi non implica il fatto di essere d'esempio. Una squadra come il Barcellona che si mette a fare commedie come quelle del portiere o di Suarez è veramente triste. Quant'è bello, invece, vedere che ci si può arrivare senza vincere facile?»

Il percorso di Max romanista.
«Papà quando ero bambino non era appassionato di calcio, quindi non mi ha passato una squadra. Ero juventino, perchè la Juve vinceva sempre. Poi un giorno sono andato allo stadio a vedere la Roma. E lì non ci ho capito più nulla. Quei colori mi hanno scaldato il cuore. Da lì ho avuto l'abbonamento in curva per sedici anni, ho fatto le nottate a Trigoria con mio nonno, per avere la prelazione. Per me la Roma è una scelta, con la Roma ritrovo quel calore necessario. Per me la Roma è vedere i vecchi amici, andare allo stadio con il motorino, è una grande opportunità di sentirmi un po' bambino. Ogni anno compro una sciarpa nuova e se viene un mio amico con me allo stadio senza sciarpa gliela compro. La sciarpata all'inizio con l'inno non si perde. Ma tu hai visto quando entri allo stadio durante il derby? Vedi tutto sto gelo, bianco, azzurro e poi ti giri dall'altra parte e vedi il calore, del giallo, del rosso, dei tifosi. è un'altra storia. Poi de gustibus ma io ho scelto».