Se è questo, legittimo continuare a crederci. Al quarto posto e a un sogno europeo. Dove questo è il signor Henrikh Mkhitaryan. L'armeno più famoso al mondo, trentuno anni compiuti nel gennaio scorso, un grande passato alle spalle, Shakhtar, Borussia Dortmund, Manchester United, Arsenal, mica robetta, un intrigante presente con la maglia della Roma, un futuro che, chissà, potrebbe essere ancora vestito di giallorosso.

Per il semplice motivo che si tratta di un fuoriclasse. Non ce ne eravamo accorti, colpevolmente peraltro, conseguenza di una memoria che troppo spesso non viene consultata, nei suoi primi mesi all'ombra del Colosseo. Colpa anche di un paio di infortuni che per troppo tempo lo hanno tenuto lontano dalla disponibilità di Fonseca e poi, quando il portoghese lo ha potuto inserire nella lista dei convocati, spesso le condizioni fisiche dell'armeno non potevano definirsi ottimali. E ieri a Cagliari abbiamo toccato con mano quanto sia stata penalizzante l'assenza di Micki.

Adesso, però, una volta che ha ritrovato la migliore condizione fisica, il fuoriclasse è sotto gli occhi di tutti. Forse qualcuno penserà che sia esagerato definirlo fuoriclasse. Ma per una risposta, gli scettici facciano una telefonata a un signore che si chiama Mircea Lucescu, un santone del calcio, un grande allenatore che solo pochi giorni fa lo ha definito il giocatore più forte che abbia mai allenato. E di giocatori forti Mircea ne ha avuti parecchi. A Cagliari Micki gli ha dato ragione. Protagonista a tutto campo dal primo all'ultimo minuto, giocatore in grado di fare la differenza ogni volta che è entrato in possesso del pallone, pensieri e piedi calcistici che voi umani neppure potete immaginare. A Cagliari la conferma. Un assist da campione e un gol che è risultato determinante.

Sembrava che quella rete, la quarta giallorossa, si dovesse assegnare a Kolarov. Ma tutti, dalla Lega a Fonseca fino allo stesso armeno che non ci sembra il tipo che si prenda meriti che non ha, hanno garantito che quel pallone tagliato dal sinistro del serbo, Micki lo aveva sfiorato e quindi gol suo, sesto in serie A, secondo marcatore giallorosso in campionato insieme a Kolarov. Sei gol, oltretutto, segnati con un minutaggio complessivo che vale nove partite intere (811 minuti). E poi, soprattutto, prendete l'azione del secondo gol di un ritrovato Kalinic. Quell'accelerazione è roba di qualità e per pochi. Si è inserito in velocità, si è allungato la palla con il destro come sanno fare soltanto i campioni costringendo l'avversario a non pensare neppure di fare fallo, è arrivato sul fondo - aveva già visto tutto - sempre di destro celestiale pallone indietro, piattone facile facile del croato e palla in rete con tanti saluti a Olsen che nel primo quarto d'ora di partita era riuscito a farci venire il dubbio che il mare della Sardegna lo avesse trasformato in un portiere affidabile.

Dopo quello che ci ha fatto vedere da quando Fonseca, anticipandolo con le parole, gli ha riconsegnato una maglia da titolare fissa, l'armeno può essere davvero l'uomo in più per questo finale di stagione in cui la Roma ha ancora parecchio da poter inseguire. Ha i piedi e la testa per dare qualità offensiva alla squadra sia come finalizzatore sia come uomo dell'ultimo passaggio. Avendo, in più, anche la qualità di poter essere utilizzato in più ruoli.

Da trequartista centrale (suo ruolo naturale), a esterno offensivo sinistro nella linea dei trequartisti. Uno così sarà il caso di pensarci bene se rimandarlo, a fine stagione, a Londra, sede dell'Arsenal, legittimo proprietario del cartellino dell'armeno almeno fino al trenta giugno del prossimo anno. Non sarà il caso di tenerselo stretto questo giocatore che di qualità ne ha come pochi? Bisognerà acquistarlo e rinnovargli il contratto. Considerando una scadenza con i Gunners dopo dodici mesi, si dovrebbe poter trattare. Perché se è questo, ed è questo se sta bene, è e sarà possibile continuare a sognare.