La solitudine dei numeri 1 è uno dei precetti emblematici del calcio. Valido fin da quando l'uomo inventò il pallone, parafrasando un famoso film. Il portiere da un lato, a guardia dell'incolumità della squadra, i dieci compagni dall'altro, tutti insieme a darsi manforte. Almeno teoricamente. La solitudine del numero 1, rigorosamente singolare, è l'emblema della Roma attuale. Alisson da un lato, il resto della squadra dall'altro. Ma non solo nella disposizione in campo.

Il portierone brasiliano - pagelle de Il Romanista alla mano - è di gran lunga il migliore della rosa in questa stagione, con una media voto di 6,51. Media che sale vertiginosamente nell'ultimo periodo, quello di una crisi che stenta ad abbandonare i giallorossi. Nelle ultime dodici gare, dalla madre di tutte le partite scellerate - quella con il Torino in Coppa Italia, peraltro l'unica non giocata da Alisson - fino all'ultima contro il Milan, il portiere fa registrare uno strepitoso 6,77. In palese controtendenza con il resto di quella che può essere considerata la formazione titolare, nella quale nessuno raggiunge la sufficienza. Sconcertante la "caduta libera" di Kolarov, che fino alla fine del 2017 era stato di gran lunga il migliore della squadra con un sontuoso 6,84. Precipitato fino al 5,3 del periodo preso in esame. In picchiata anche Dzeko (da 6,75 a 5,83), Pellegrini (da 6,64 a 5,55), Fazio (da 6,6 a 5,85), Nainggolan (da 6,53 a 5,72) e Manolas (da 6,42 a 5,72), che si erano segnalati come i migliori alle spalle del serbo nel girone d'andata.

Non soltanto aride cifre, quanto numeri che rappresentano la fotografia più nitida di un disfacimento generale in atto da più di due mesi. Da quel maledetto 20 dicembre che ha rotto gli argini e ceduto spazio alla recessione romanista, fino all'ultimo match di campionato che la mantiene ancora a galla (la recessione). Bloccando invece ancora in apnea la Roma, che aveva illuso con quelle tre boccate d'ossigeno consecutive, contro Verona, Benevento e Udinese, prima di inciampare nuovamente in Ucraina e in casa con il Milan.

Prima, durante e dopo è stato Alisson l'unico a salvarsi. E in più di una circostanza a salvare la squadra. Segnalandosi in ben cinque occasioni come il migliore in campo, a fronte di insufficienze diffuse. Tanto da far riaffiorare alla memoria un coro risalente ormai a trent'anni fa: «Il tedesco sta a gioca' da solo», riferito ovviamente a Rudi Voeller, attaccante che segnava, concedeva numerosi colpi di classe, ma non per questo si risparmiava. Anzi, correva per tre. Il centravanti era però il fuoriclasse assoluto di una squadra povera, nelle finanze come nel tasso tecnico di chi la componeva.

Mentre Becker, brasiliano di nascita ma tedesco nel carattere oltre che nelle origini certificate dal cognome, fa parte di un gruppo di gran lunga più forte di quello di inizio Anni 90. Perciò il confronto con i suoi compagni appare ancora più impietoso rispetto al predecessore che giocava in attacco. Alisson è agli antipodi in campo. Non nel rendimento, sempre elevatissimo (sono soltanto due i 5,5 del portiere dall'inizio della stagione, poi costantemente sopra la sufficienza). Eppure per una serie di partite, tutte nel girone d'andata, il brasiliano-tedesco aveva vissuto diverse giornate all'insegna della tranquillità, quasi da spettatore non pagante. La fase difensiva della Roma era vicina alla perfezione, impreziosita da un reparto granitico e da una squadra che riusciva a restare sempre corta. Poi, sfibrata la tenuta del gruppo, evidentemente più fragile rispetto a quanto era apparsa, è salito in cattedra lui.

Sintomatica la prestazione di Becker a San Siro, dove ha più volte salvato il risultato, prima con la Roma in vantaggio, poi alzando un fortino nel finale, dopo il pareggio dell'Inter. Oltre a mandare in rete El Shaarawy con un millimetrico lancio direttamente dalla sua metà campo. Perché la grandezza di Alisson è anche nei piedi, oltre che nelle mani. Il portierone è il primo regista della squadra, abituato a far partire l'azione oltre che a disimpegnarsi in dribbling, anche dentro l'area di rigore. Se nelle prime gare stagionali faceva tremare i tifosi romanisti (lo scorso anno ha giocato troppo poco per accorgersi delle sue qualità), adesso anche le sue finte sono uno spettacolo tutto da godere. Anche perché in altre zone del campo se ne vede poco. Con la Roma ancora malandata, l'ultimo baluardo è fra i pali.