Sparita. Volatilizzata. Evaporata. La Roma non c'è più. Scomparsa in meno di due settimane. Dal ventisei gennaio di quel derby dominato ma non vinto, a ieri sera, stadio Olimpico, contro un Bologna che è sembrato tornato a far tremare il mondo, bis non richiesto della sconfitta subita a Reggio Emilia contro il Sassuolo appena cinque giorni prima. Roba da pazzi.

Dove è finita la Roma che aveva costretto a novanta, fortunati, minuti difensivi, una Lazio che arrivava da undici vittorie consecutive? Che fine ha fatto la coppia dei centrali difensivi, Mancini e Smalling, che fino a meno di due settimane fa sembravano gli uomini giusti al posto giusto, ma che nelle ultime partite sono sembrati la banda del buco? Che cosa è successo agli esterni superstiti, Santon è tornato Santon, Kolarov sarebbe stato meglio se avesse continuato a riflettere in panchina, Spinazzola (non stava bene?) rimasto a guardare e poi tutto il problema viene amplificato dal fatto che Bruno Peres, oh Bruno Peres, è stato il migliore?

Che coppia di mediani è Cristante con Veretout, vuole dire che l'infortunio di Diawara è stato ancora più devastante di quello che si pensava? L'Under del derby è stato un abbaglio collettivo oppure il turco vero è quello che si sgonfia al primo intoppo rendendo neppure minimamente rimarginabile l'assenza del talento di Zaniolo? E, ancora, che fine ha fatto il gruppo, lo spogliatoio, l'amicizia, il tutti per uno, uno per tutti che, comunque, c'era quasi sempre stato a confortare anche nelle giornate peggiori?

Dove è, anche, il Fonseca lucido e apprezzato per tutta la prima parte della stagione, il tecnico che era riuscito a entrare nel cuore dei tifosi, l'allenatore che ne aveva indovinate nove e sbagliata una? Perché, per esempio, scegliere di cambiare Veretout e non Cristante? E, infine, estendendo il concetto, che fine ha fatto la Roma che si è vista fino alla vigilia di Natale, trasferta di Firenze, una quaterna di sogni da mettere sotto l'albero?

Dicono, gli esperti di astrologia, che il 2020, bisestile, non sarebbe propizio alle fortune della Roma. Ma per chi guarda alle stelle con un sorriso e il distacco del disincanto, una prima risposta è nei numeri horribiles di questa Roma del nuovo anno. I giallorossi, fin qui, hanno giocato sette partite in questo anno che certo non è di grazia, cinque in campionato e due in coppa Italia. Lo score è una sentenza: due vittorie (entrambe in trasferta una in coppa Italia a Parma, la seconda in campionato a Marassi contro il Genoa), un pareggio (nel derby), la bellezza, si fa per dire, di cinque sconfitte (una in coppa Italia sul campo della Juventus, quattro in campionato, tre in casa, Torino, Juventus e Bologna, una in trasferta contro il Sassuolo).

E poi ci sono i gol. Quelli segnati sono stati dodici e fin qui uno potrebbe pure starci, ma sono i sedici incassati a una media di due abbondanti ogni novanta minuti che fanno sballare il banco. Sono un'enormità e ancora di più lo sono i sette beccati negli ultimi centottanta minuti, quattro dal Sassuolo, tre ieri sera dal Bologna in un Olimpico che, per la prima volta nella stagione, è tornato a far sentire i fischi nei confronti di una squadra che non è più una squadra.

Una seconda risposta, concedetela, può essere legata al fattore infortuni. Può essere scambiata per un alibi, ma lo è un po' meno considerando i nomi degli infortunati, cioè Zaniolo (arrivederci alla prossima stagione) e Diawara (e ieri sera mancava anche lo squalificato Pellegrini). Cioè i due giocatori meno sostituibili, con Zaniolo che garantisce qualità e quantità e il guineano geometrie e tempi di gioco indispensabili a qualsiasi squadra per funzionare.

Una terza risposta può essere tranquillamente scambiata in un capo d'accusa. Ovvero nel mercato di gennaio si è pensato a programmare più il futuro che lo stretto presente, non prendendo, per esempio, un giocatore in grado di buttare il pallone in rete garantendo così un'alternativa a Dzeko che non ha un giocatore in grado di fargli tirare il fiato. La conferma c'è stata pure ieri sera contro il Bologna. Ci dicono che Kalinic sarebbe entrato in campo, ma voi per caso lo avete visto?

Una quarta risposta è la capoccia di questi giocatori, incapaci di reagire alla prima contrarietà, appena qualcosa va storto, si può scommettere che le cose andranno soltanto peggio, a conferma, purtroppo di una mancanza di quella personalità che fa tutta la differenza del mondo. La stessa capoccia che gli fa credere di essere campioni (e qui magari ci sentiamo pure noi in colpa) dopo una partita giocata alla grande (il derby) con la conseguenza che quella successiva viene affrontata con un'immotivata convinzione di essere i più forti. E questa Roma, invece, non puoi mai sentirsi la più forte. È la garanzia del tracollo. Ora non resta che sperare che si sentano i più deboli.