Ci siamo: domani ci giocheremo buona parte delle nostre speranze di qualificazione ai sedicesimi di finale di Europa League. Suspense, è bene ricordarlo, gentilmente regalataci da quel mattacchione di William Collum perché altrimenti, ad Istanbul, la Roma avrebbe potuto andarci in infradito pensando già alla trasferta successiva: Verona. E invece niente: in Turchia si scenderà in campo per una partita che sarà un vero e proprio affare di stato. Stato mica solo a parole eh: voce di popolo, voce di Dio… il Basaksehir è la squadra di Recep Tayyip Erdogan. Un ambientino tranquillo insomma.

Come sempre, d'altronde, a quelle latitudini: considerando anche il precedente in Coppa delle Fiere (la partita di ritorno contro l'Altay è la vittoria europea con maggior scarto nella storia della Roma, 10-1) quella di domani sarà la dodicesima sfida ufficiale contro una squadra ottomana. E se, in queste gare, il passaggio del turno è stato un nostro compagno di viaggio quasi costante possiamo togliere, invece, il quasi lasciando il costante se parliamo di nervosismo, tensione e nervi a fior di pelle: una su tutte la rissa di fine partita, alle spalle delle panchine, in quel famoso Roma-Galatasaray del marzo 2002.

Come dimenticare Francisco Govinho Lima e il suo frenetico mulinare braccia e gambe contro il mondo intero? Il brasiliano, come capitan Totti, si beccò tre giornate. Solo una, che gentili, per Fabio Capello e Batistuta. E per i turchi? Che domande: per loro nulla, niente; nessuna sanzione. Come se i giocatori della Roma, quella sera, avessero litigato tra di loro insomma. Decisioni così creative da far passare quasi in secondo piano, diciassette anni dopo, la creatività dello scozzese Collum, aridaje, e del suo ambizioso progetto di rimescolare le parti del corpo umano (info: Chris Smalling). Ho detto quasi eh.

Ma lasciamo da parte le comiche e concentriamoci sui sentimenti per arrivare a una considerazione. Per farla, però, prima dovete farmi questa domanda: Danilo, tra tutti gli incroci con le squadre turche qual è quello che ricordi con maggior affetto? Visto che me lo avete chiesto, rispondo: 1992, ottavi di finale di Coppa Uefa contro, anche lì, il Galatasaray. Andata vinta per 3-1 grazie a un gol di Roberto Muzzi e, soprattutto, alla doppietta di Aldair con la seconda rete (una rasoiata da fuori area) arrivata proprio allo scadere dopo che Hakan Sukur aveva sfruttato una scellerata uscita a vuoto di Zinetti.

Al ritorno, quindici giorni dopo, la Roma perse tre a due (reti di Caniggia e Haessler) ma passò ugualmente ai quarti grazie al gol in più segnato in trasferta. E adesso vi dico la verità: tutto quello che ho scritto fino a questo preciso istante l'ho fatto solamente per arrivare a dire che in Turchia si giocò alle ore dodici italiane. E a quell'ora, a quei tempi, ero a scuola: primi anni del liceo. E non esistevano gli smartphone tanto che le voci sul risultato si rincorrevano stile Italia-Inghilterra ne "Il secondo tragico Fantozzi". Galatasaray-Roma 0-21.

Ma non è neanche questo il punto. Il punto, e questa volta ci siamo per davvero, è il verde smeraldo di quel periodo liceale fatto di speranze e incertezze, amori nati alla prima ora e finiti alla campanella del rompete le righe, caotiche ricreazioni, sogni, fermento, gite e pallonate. L'adolescenza è finita da tempo. E niente si può più rimandare. Perché adesso ogni cosa ha una scadenza: la rata del mutuo, l'abbonamento della palestra, la retta del corso d'inglese della figlia. Da quegli anni ho cambiato, hai cambiato e abbiamo cambiato tutto: casa, i rapporti sentimentali, le responsabilità, le abitudini e forse pure gli interessi musicali, culinari. Alcuni anche quelli politici. Tutto. Anzi, tutto tranne una cosa. E quella cosa si chiama Roma. Che insieme alla famiglia ci ha accompagnato in tutti questi anni di trasformazione che ci porteranno, un giorno, a smettere di crescere per iniziare ad invecchiare. Insieme, come sempre.