Non ho conosciuto mio nonno, il papà di mio padre. E non vi nascondo che questa cosa mi è mancata perché i nonni sono l'avanguardia della famiglia: la prima linea. E più questa prima linea è popolosa più la crescita di un bambino è tranquilla, piena d'affetto. È morto giovane, in un incidente. Mio padre, perché poi la mancanza assoluta ce l'ha avuta lui, l'ha vissuto poco, troppo poco: quasi niente. Quando ad un bambino di otto anni togli il papà gli sfregi l'età dei sogni, gli impoverisci la vita: i giochi da piccolo, le reprimende nell'adolescenza, i consigli nella maturità. E gli abbracci. Non credo alle persone che sanno vivere facendo a meno del contatto fisico: i baci non hanno età, sesso. Si danno, si prendono: nutrono i rapporti. Infischiandosene dei rossori, del senso del pudore: ti bacio. E ti dico che ti voglio bene, cento volte. Cento, come le occasioni in cui un padre racconta al figlio le sue esperienze per il gusto di condividerle ma anche per prepararlo al futuro. Cento, come i ricordi che ognuno di noi ha della sua infanzia e delle cose fatte con il proprio papà.

Ecco… il mio, di papà, ha potuto ascoltare poco dal suo. Condividere ancora meno. Tanto che alcune di quelle occasioni, oggi che lui stesso è nonno, se le ricorda poco. E pure male. Mentre di altre c'ha stampati in testa tutti i fotogrammi, gli odori, le sensazioni: ogni particolare. La volete sapere una cosa? Quei ricordi, quelli preservati con maggior cura dalla sua memoria, sono quasi tutti legati alla ROMA. A loro due insieme, allo stadio. O a suo padre che gli racconta cosa era accaduto durante la partita. Perché in quel periodo, fine anni quaranta, mica potevi vederla alla televisione, non si ascoltava allo radio. E si leggeva poco o niente sui giornali: la ROMA si viveva, e basta. I più fortunati allo stadio, tutti gli altri nei racconti di chi c'era potuto andare e nelle suggestioni di chi ascoltava e poi fantasticava aggiungendo un nuovo particolare. E così, di bocca in bocca, gli avversari dribblati continuavano ad aumentare: non erano stati due ma tre, anzi quattro. Cinque. Tutta la squadra e poi gol! Almeno in questo mio padre era stato fortunato: mio nonno non si perdeva una partita della ROMA. E così i racconti erano di prima mano: dettagli più precisi, emozioni più autentiche e, ascoltando, brividi ancora più forti. "Nonno era un tifoso sfegatato", mi dice sempre così mio padre. Un tifoso che, pioggia o sole, ogni volta attraversava la città in sella alla sua bicicletta per andare allo stadio. Un tifoso accorato da campione d'Italia nel ‘42 e, paradossalmente, ancora di più quando nel 1951 la ROMA retrocesse e Renato Rascel, durante uno spettacolo al Sistina, pronunciò le parole che diventarono, per molte generazioni di romanisti, un vero e proprio manifesto: "La ROMA non si discute, si ama".

Disse proprio così mio nonno a mio padre ragazzino. Lui che una volta, leggenda familiare narra, tornò dallo stadio senza una manica della giacca per essersi fatto trasportare un po' troppo dalla situazione. Lui che quando la ROMA perdeva tornava a casa e passava il resto della giornata in silenzio. Lui che mio padre, allo Stadio Nazionale, la prima volta ce lo portò a neanche quattro anni perché la ROMA doveva viverla, e assorbirla, fin da piccolo come fosse uno degli altri valori della famiglia. Ci riuscì. Perché questa squadra, proprio attraverso suo figlio, è arrivata fino a me. Tanto che, ancora oggi, quando sono io a tornare dallo stadio così incazzato da non aver voglia di parlare con nessuno, spesso ripenso al gagliardetto della ROMA che lui teneva costantemente appeso alla sua bicicletta. Quello che, il giorno del suo funerale, mia nonna staccò dal manubrio per infilarglielo in una tasca della giacca con l'illusione di continuare a farli vivere, per sempre, in simbiosi. Ci penso e capisco perché questa squadra non la abbandonerò mai. FORZA ROMA NONNO!