Le strade della Roma e di Henrikh Mkhitaryan si sono già incrociate. È successo in tempi non sospetti, nel febbraio 2011, quando i giallorossi erano ancora guidati dal Ranieri prima versione e l'armeno era poco più di un ragazzino di belle speranze. Scelto pochi mesi prima per incrementare ulteriormente il tasso tecnico di uno Shakhtar mai così ricco di talento, con Douglas Costa, Luiz Adriano, Fernandinho e Srna, fra gli altri.  L'intuizione arriva da quel vecchio conoscitore di calcio di Mircea Lucescu, che lo preleva dall'altra squadra di Donetsk, il Metalurg, dove Miki si è messo in luce giovanissimo alla sua prima esperienza fuori dai confini natii. E sotto la guida del santone romeno esplode definitivamente, conquistando un posto da titolare in una batteria di trequartisti di tutto rispetto.

Ma negli ottavi di finale di Champions contro la Roma, lo Shakhtar deve fare a meno di Fernandinho e il tecnico valuta il candidato più adeguato alla sostituzione del regista. La scelta cade proprio su Mkhitaryan, che viene schierato all'Olimpico nella coppia di mediani davanti alla difesa. La gara va male per i giallorossi e oltre ogni più rosea aspettativa per gli ucraini, che ipotecano la qualificazione ai quarti già all'andata, con un 3-2 corsaro che richiederebbe un miracolo per Vucinic e compagni. Al ritorno però va anche peggio: finisce 3-0 per loro, con un rigore fallito da Borriello e un inizio avventura in panchina per Montella (che nel frattempo ha rilevato Ranieri passando dai Giovanissimi alla prima squadra) già in salita. Anche a Donetsk Henrikh giostra in mezzo al campo, mostrando tutte quelle qualità che gli faranno spiccare il volo prima verso Dortumnd, poi in direzione Premier e infine a Roma. Ma stavolta dalla parte giusta, per chiudere il cerchio.