Basta il grafico riprodotto sotto questo articolo a spiegare meglio di qualsiasi teoria perché la Roma non abbia altra strada che quella del trading dei calciatori (e quindi della vendita annuale di uno o più dei giocatori più forti) se vuole mantenere il suo tasso di competitività tanto alto da permetterle di poter competere ogni anno per i vertici della Serie A e quindi d'Europa. Nell'anno del bilancio più ricco della Roma (nel 2017-2018, con i suoi 250 milioni di ricavi operativi, grazie soprattutto alla straordinaria voce, in verde scuro, dei 166,8 milioni da diritti televisivi), il club giallorosso si è insediato al 15° posto nella classifica dei fatturati europei delle società calcistiche, terza in Italia dopo Juventus e Inter e comunque appena dietro ai migliori sodalizi continentali. Quest'anno - lo si vedrà a fine dicembre, quando verrà pubblicato il prossimo studio Deloitte Footbal Money League - sarà molto probabilmente fuori dalle prime 20 (proprio per la contrazione dei diritti tv della Champions), il prossimo rischia di scendere ulteriori posizioni, essendo proprio uscita dalla principale competizione europea.
Per potersi garantire ricavi più stabili, la Roma dovrebbe far crescere l'incidenza percentuale delle fonti più stabili, i ricavi da gare (in verde chiaro: 35,4 nel 2017-18) e commerciali (in giallo: erano 47,8), un po' come tutte le altre società. Ma questo sarà possibile solo quando potrà finalmente giocare nel nuovo stadio, per la cui posa della prima pietra la società attende finora vanamente da 2776 giorni. Fino ad allora, però, la Roma potrà mantenere alta la competitività solo svecchiando anno dopo anno la rosa garantendosi nuovi investimenti grazie alla cessione dei suoi giocatori più vendibili e per far questo avrà sempre bisogno dei migliori amministratori, dei migliori responsabili marketing e dei migliori ds. Perché può bastare un anno di acquisti o cessioni incauti (come è avvenuto lo scorso anno, con Pastore e Nzonzi, pagati cari di cartellino e di ingaggio, e non in grado di garantire un alto rendimento sportivo) per complicare la vita degli anni successivi.

Due obiezioni: ma come fa il Napoli a resistere alle offerte dei suoi migliori giocatori e come fanno Inter e Juventus a spendere così tanto? Le risposte, sintetiche, sono semplici: De Laurentiis ha preso il Napoli dopo il fallimento a costo zero e ha potuto programmare gli investimenti con raziocinio, peraltro tenendo i costi sempre più bassi di quelli della Roma. Solo ultimamente ha alzato un po' il tiro e se non arriveranno risultati importanti, nei prossimi bilanci rischia di andare in grossa difficoltà. Un po' come la Juventus, che con Ronaldo ha fatto il passo più lungo della gamba e se non arriverà quel successo in Champions capace di garantire ulteriore visibilità commerciale, dal punto di vista finanziario sconterà un prezzo salatissimo nei prossimi bilanci. Quanto all'Inter, ha compiuto operazioni di sponsorizzazione con aziende di famiglia a prezzi evidentemente sovradimensionati un po' come hanno fatto City e Psg, le uniche due società che sono riuscite ad inserirsi nel gruppo delle nobili d'Europa in tempi di Fair Play Finanziario. È una delle diverse anomalie che la Roma ha riscontrato nella rigida applicazione delle norme tese a garantire il rispetto di diversi parametri di cui si discute in ambito Uefa. E come ha già minacciato Pallotta per il caso Milan, «se basta pagare una multa e poi rimettersi in regola, allora forse converrà anche a noi fare lo stesso».