Il romanismo è qui
Pochi calciatori hanno rappresentato il popolo romanista come Daniele De Rossi Terza volta da avversario, la seconda nella sua casa, l’Olimpico. E quel filo rossoblù col Genoa
(GETTY IMAGES)
Nel suo primo Roma-Genoa, c’è tutto Daniele De Rossi. È il 5 aprile 2008 e sul 2-2, a 10 minuti dalla fine, prende il pallone sottobraccio e va a battere un calcio di rigore. Totti è in tribuna, infortunato, e si copre gli occhi per non guardare. Li apre quando sente il boato dello stadio e capisce che Daniele ha segnato, con un diagonale fortissimo sotto l’incrocio dei pali. E meno male che li apre, perché la scena che si vede è una delle più belle, tra le tante, che ci ha regalato De Rossi: corre verso la panchina, bacia lo stemma, urla e dalla vena del collo gli esce un «Daje Roma Daje!» che rappresenta tutti coloro che sono allo stadio quel giorno, che non ci credevano più (la Roma era avanti 2-0 ma il Genoa aveva pareggiato con 2 gol in 2 minuti) e tutti coloro che non c’erano già più, a partire da Dante Ghirighini, che quando entrava in Curva Sud arringava la folla e chiudeva il discorso proprio con «Daje Roma Daje!». Questo è e sarà sempre Daniele De Rossi: il perfetto rappresentante di un popolo, di un sentimento, di un’idea.
C’è anche Gian Piero Gasperini quel giorno, allena il Genoa. Se gli avessero detto che un giorno, il 17 ottobre 2026... Chissà, forse ci avrebbe anche creduto. Anche nel suo ultimo Roma-Genoa da calciatore Totti vorrebbe non guardare, perché il 28 maggio 2017 è il giorno della sua ultima partita. Al 29’ del secondo tempo guarda il pallone, pronto a calciarlo, ma viene anticipato proprio da De Rossi, che tira e segna il gol del 2-1, praticamente a firmare il passaggio di consegne della fascia di capitano. Anche il suo ultimo Roma-Genoa, lo sapete, finisce 3-2. Anche quel giorno, nei suoi occhi gonfi di commozione mentre tutto il mondo si era fermato per il saluto di Totti, eravamo rappresentati tutti noi.
C’è anche Ivan Juric quel giorno, allena il Genoa. Se un giorno racconterete che la Roma lo ha preso dopo aver cacciato De Rossi, non ci crederà nessuno. E invece è successo e così oggi per la terza volta Daniele De Rossi sarà l’allenatore della squadra avversaria, proprio quel Genoa gemellato col Boca Juniors, l’unica squadra diversa dalla Roma in cui ha giocato, fondato proprio da immigrati genovesi. Il suo ritorno avviene proprio subito dopo quello di Mourinho, di cui aveva preso il posto nel 2024, in giorni di frastuono emotivo difficile da reggere. Tra tutte queste corrispondenze che piacerebbero anche a Baudelaire, come si fa a non essere certi che un giorno non potrà non nascere il fiore del bene, e che prima o poi Daniele De Rossi tornerà sulla panchina della Roma? C’è tempo, per fortuna è giovane, per fortuna la Roma ha un grande allenatore, legato a lui da stima reciproca.
E allora, riecco per la terza volta il Daniele De Rossi allenatore dell’avversario della Roma. No, avversario proprio non si può scrivere. E neanche “ex”, anche se lo scorso anno, al momento del gol di Vitinha che ha causato la sconfitta della Roma al Ferraris, ha inventato la figura dell’”ex” allenatore che non esulta per rispetto verso i suoi (mai) ex tifosi e la sua (mai) ex squadra. Al termine della partita di andata era andato sotto la Curva Sud a capo chino per rispetto della delusione dei tifosi del Genoa. La Roma aveva vinto 3-1 e due gol erano arrivati da due giocatori da lui fortemente voluti in giallorosso, Soulé e Koné. Anzi, gli unici realmente voluti da lui nel calciomercato dell’estate 2024, poco prima di quello strappo che fa ancora male, arrivato proprio dopo un gol del Genoa.
Ricapiterà, di vederlo sulla panchina di un’altra avversaria. Forse ci abitueremo, ma forse no. Di sicuro, ogni volta sarà vissuta come la tappa di avvicinamento a un ritorno al quale nessuno smetterà di credere mai. Non è scontato, certo. Ce lo dice la storia. Fulvio Bernardini, simbolo della Roma di Testaccio, fu mandato via dopo poco più di mezzo campionato, per poi iniziare una brillantissima carriera da allenatore. Per due volte si parlò di un suo ritorno alla Roma, ma non avvenne mai. A fine anni 50 ci fu anche la possibilità di vedere Amedeo Amadei, il centravanti simbolo del primo scudetto, capace, una volta passato all’Inter, di chiedere di non giocare contro la Roma se fosse stata in crisi. «Non potete pretendere che accoltelli mia madre», disse, lui che da bambino tifava, guarda un po’, Genoa. Carlo Ancelotti il mantra «un giorno allenerò la Roma» ormai non lo dice più. Francesco Rocca l’ha segretamente sempre sperato, non è mai successo, ma se c’è uno che l’ha invitato a Trigoria ad assistere a un allenamento è stato proprio Daniele De Rossi. Pochi giorni dopo, arrivò quello strappo che fa ancora male. Se è vero che, come scrive Karen Blixen, gli dei puniscono gli uomini realizzando i loro sogni, la punizione c’è già stata. In fondo “La mia Africa” è pur sempre una storia d’amore verso una terra e verso un popolo. L’amore di Daniele De Rossi verso la nostra Roma.
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