Tirana è per sempre
L’uomo dei trofei è stato il nostro sogno. L’opposto di come lo raccontano (cinico, egoista, opportunista): ci ha portato nell’altra metà campo dove non andavamo da 14 e 61 anni
(GETTY IMAGES)
José Mourinho è stato il sogno che avevamo. Nella conferenza di presentazione ha citato Liedholm e ha detto che non sarà la sua Roma, ma quella dei romanisti, sbagliando: quella che tu hai guidato José è stata la tua Roma perché tu sei stato un romanista. Lo sei stato ogni volta che sei stato spocchioso, ogni volta che ci hai difeso, ogni volta che hai rosicato, ogni volta che hai sfidato tutto o per strategia o perché si chiudeva anche a te la vena, scegliendoci, tatuandoti la coppa che hai vinto con noi, la coppa che hai vinte per te e per noi.
Lo sei stato quando hai imposto di mettere l’inno della Roma a ogni partita all’Olimpico, lo sei ancora adesso quando dici al mondo, in Turchia, in Inghilterra, in Portogallo, in Spagna, dovunque te lo chiedano, che il trofeo più bello che hai vinto è quello con la Roma: ogni volta dai a quella Conference, piccola solo per chi ha il cuore di un moscerino, una dignità, una grandezza, e uno splendore, persino più grande delle tue Champions League, perché quella Coppa ci ha semplicemente fatto felici. Ci hai fatto felici José. L’uomo dei trofei, l’uomo del sogno è stato l’uomo che ha curato il nostro cuore. Tu sei stato l’opposto di come ti raccontano – cinico, utilitaristico, difensivista, egoista, egotista, speculatore – tu hai dato tutto per portarci nell’altra metà campo dove non riuscivamo andare da 14 anni e da 61 in Europa. Tu hai condiviso con noi il tuo pane quotidiano, fatto di trofei, traguardi, prestigio, autorevolezza, campioni (Dybala e Lukaku sono venuti per te). Tu che sei arrivato dopo i 6 gol col Manchester ti sei preso i 6 gol di Bodo come fosse un’ultima nemesi, una condizione necessaria per portarci fuori dall’anatema degli “zero tituli” che ci avevi lanciato proprio tu. Forse hai fatto tutto apposta.
E dopo averti stimato, e dopo esserci inorgogliti per come ci rappresentavi con tutto quello che di tuo già rappresentavi, ti abbiamo amato nella tua tenerezza. L’uomo col ghigno, l’uomo col profilo di volpe e dagli occhi come spilli, che da solo ha vinto più premier o titoli di un plotone di allenatore e lo rinfaccia loro, l’allenatore che sfidava e metteva in difficoltà i giornalisti, il tecnico che attaccava Var, arbitri sbagliati e il vassallaggio dei commenti che confezionavano il pacco, per noi ha pianto. Di gioia non trattenuta nella semifinale con Leicester, di pura felicità a Tirana, di commozione logora a Leverkusen, attaccato a quella rete come un ultras ai nostri cuori, e a Budapest per Budapest, che non dimenticheremo mai. Come Tirana, Budapest non la dimenticheremo mai. Se a Tirana ci hai fatto felici, a Budapest ci ha stretti nello stesso destino. Uno degli allenatori più grandi di sempre si è fatto perdutamente romanista.
E non c’è intervista, e non c’è occasione, e non ci sarà pensiero che smetterà di andare a quella notte infame, sporca, maledetta eppure, anche lei, così grande, così eroica, così nostra. Ci hai fatto vivere da romanisti la Roma. Ci hai chiesto di cantare. Non ho mai guardato il gol di Paulo Dybala al Siviglia perché è insopportabile pensare alla gioia di quel momento, a quello che pensavo poi sarebbe accaduto, a quello che ho sentito dopo, che abbiamo sentito tutti dopo. Che sentiamo ancora.
Un ricordo di luce e solo sorriso, e profondissima gioia – Tirana – e un dolore così lancinante e ingiusto che ci legherà per sempre: Budapest. Due finali, una vinta, l’altra… pure. Perché quella partita iniziata il 31 maggio e finita l’1 giugno 2023, la partita più lunga della storia del calcio, resterà quella del rigore non dato per un fallo di mano di uno del Siviglia (non voglio andare a vedere come si chiamava) e per le due espulsioni non date ad altri due del Siviglia da Taylor. E tu sei stato l’unico che ha gridato contro quest’ingiustizia, fin dentro il garage della nostra anima.
Siamo ancora lì.
Grazie a te ricorderò per sempre anche Maitland-Niles e Fuzato perché sono volti e immagini che rideno e ballano a Tirana insieme a Karsdorp che si beve una lattina con Ibanez, Zalewski che canta Campo Testaccio (se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato) e rivorrò un giorno bene - spero, ma si deve impegnare molto - a Nicolò Zaniolo perché quel suo gol è il gol di Tirana 25 maggio 2022, il gol della Conference League alzata da Lorenzo Pellegrini al cielo d’Europa, 61 anni dopo Giacomino Losi. Tirana Arena Kombetare.
Che immensità quel piccolo stadio, era già Roma in festa il 26 maggio. E l’infortunio a Mkhitaryan che era tornato proprio per giocarla ma è uscito presto, e Sergio Oliveira che entra al suo posto e probabilmente ancora sta festeggiando su quel campo. Insieme a tutti, a Ibanez che balla. Ad Abraham quand’era Abraham, a Spinazzola che rientra, a Mancini che lancia, a Veretout che sfiora il 2-0, e a Rui Patricio. Per favore di Rui Patricio non parlate mai più male, perché per quelle due parate che hanno mandato la palla sulla traversa e la Roma in paradiso, noi dovremmo sempre dirgli grazie, dopo tutti i prego “mio Dio fa che la vinciamo”.
Ricordo ogni attimo di Tirana.
Ricordo ogni attimo di Budapest. Smalling semideo col Feyenoord, umanissimo crocifisso sul legno della traversa col Siviglia al 140’. Belotti. Il gallo Belotti e la nostra simpatia per lui, e quel tiro al volo sullo spiovente di Pellegrini, così vicino al sogno, al vantaggio, a cui il signor Taylor non ha concesso nemmeno il calcio d’angolo. Matic, enorme, maiuscolo Matic, costretto a uscire pure lui, lui che però ci aveva condotto fin qui, fino a vedere Dybala piangere le lacrime che piangevamo noi. “This is football”, gli hai detto e invece no, era la Roma. La tenerezza e la tecnica di Dybala, e l’attaccamento così forte quasi inatteso, un po’ come per José, da volergli bene pure se non gioca, pure se per noi è stato soprattutto un’attesa e forse resterà per sempre quella perché tutto ce lo aveva dato con quel gol, e non può essere altro.
La Roma di José Mourinho per sempre, tu che quella notte hai chiamato tutta la squadra in cerchio e noi trentamila sugli spalti, per dire resto qui, e lo hai fatto anche con lo Spezia pochi giorni dopo. Lo hai fatto solo per rassicurarci, per cercare di andare già un centimetro e un attimo dopo il nostro dolore, quando quella storia – che per me sarebbe dovuta andare avanti mille anni – quella notte era finita. Ci stavi cantando “Fix you” a Budapest. Ci stavi cantando “Fix you” a Budapest il 31 maggio. Il 31 maggio il nostro giorno dopo della storia…: ci stavi ancora curando quella ferita, anche se con Tirana lo avevi già fatto. José Mourinho per sempre, perché se c’è in terra o in cielo un posto dove c’è Agostino, lì lo hai fatto sorridere, finalmente contento nel vedere piangere di gioia suo figlio sul motorino. Questo è stato José Mourinho alla Roma.
Luca Di Bartolomei:
«È un 30 di maggio chiaramente diverso: come padre, come famiglia, come romanisti. La prima grande differenza è che oggi non ci sono lacrime. Le mie le ho versate tutte in motorino, il 25 sera con te Andrea, amore mio. Voglio che tu lo sappia, che resti scritto da qualche parte, come l’incisione su una coppa. E voglio che tu possa leggerlo sempre. Vedermi piangere ha prodotto nel tuo sguardo quello stesso imbarazzo che ho provato mille volte anche io. E attraversare la città mentre mi abbracciavi è stato qualcosa di difficilmente spiegabile (…) Ci dovete altri vessilli, ragazzi, ce li meritiamo: io, ma soprattutto i milioni di Agostino che in silenzio vivono di amore per voi». Questo è stato José Mourinho alla Roma.
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