ASR Top 11 #7 - Breve ma intenso: i giocatori rimasti per poco tempo alla Roma
Nella Capitale per periodi limitati, in cui però riescono a mostrare il proprio talento. Esperienze fugaci che lasciano rimpianti, ma anche trionfi e in molti casi affetto da parte dei tifosi
(GETTY IMAGES)
Premessa indispensabile: quello che vi proponiamo è soltanto un gioco, senza alcuna pretesa assolutistica. Vogliamo semplicemente creare tante (doppie) formazioni ideali divise per categorie, con qualche licenza tattica, pescando quanto più possibile nei 99 anni di storia della Roma (va da sé che alcuni faranno parte di più squadre, ad esempio Totti non può non essere nella top 11 dei romani e in quella dei fenomeni). L'intento è di rendere omaggio alla grandezza del Club e alle peculiarità che lo distinguono da tutti gli altri. I soli 22 giocatori individuati di volta in volta necessariamente ne terranno fuori molti altrettanto meritevoli, ma le scelte sono soggettive e di conseguenza emendabili. Mandateci le vostre al numero Whatsapp 351-3939337, scrivendo all'inizio del messaggio "ASR TOP 11 - Tempo tiranno".
Maledetto tempo. Immediata è nell'immaginario collettivo l'associazione all'ultimo giorno della carriera di Francesco Totti, la bandiera per antonomasia. Paradossalmente le due parole sono più che appropriate anche a quei giocatori che hanno avuto sì e no il tempo di lambire la Roma. Per motivi opposti, ovviamente. Talenti rimasti troppo poco nella Capitale per ragioni legate al mercato, all'età o a sviluppi drammatici delle rispettive carriere, in alcuni casi tragici.
A partire da Mariuccio Forlivesi, nato nel 1927, cresciuto nella Fortitudo, prima di essere lanciato giovanissimo da Masetti in giallorosso, dove riesce a realizzare ben 8 gol in 7 partite. Lo porta via una meningite fulminante a soli 18 anni, ma la sua storia - troppo spesso rimasta nel dimenticatoio - merita di essere menzionata. Destino simile è quello di Giuliano Taccola, venuto a mancare nel 1969 dopo una lunga serie di problemi di salute negli spogliatoi dello stadio di Cagliari, dov'è appena scesa in campo la sua Roma, in cui era arrivato appena un anno e mezzo prima. Gli epiloghi sono fortunatamente differenti, ma a distanza di decenni bisogna forzatamente rinunciare a due fulgidi prodotti del vivaio: Impallomeni negli Anni 80 e Bove solo due anni fa. Il primo è erede designato di Bruno Conti: tecnica sopraffina e la firma sulla Coppa Italia dei ragazzini, quella vinta nel 1986 con mezza Primavera in campo. Un gravissimo infortunio ne frena una carriera luminosa. I problemi cardiaci sottraggono invece al secondo il sogno di giocare per la squadra del cuore, dopo essere stato lanciato da Mourinho. Negli Anni 70 si affaccia da queste parti la tecnica sopraffina di Valerio Spadoni (protagonista del trionfo nel Torneo Anglo-Italiano), che viene però stroncata da un intervento-killer di Bini dell'Inter.
Non sono soltanto i guai fisici a impedire la prosecuzione dei percorsi da romanisti, ma anche le vie del mercato, alcune obbligate (come la fine del prestito dello strepitoso Vierchowod), altre figlie di scelte scellerate. Ne è piena la nostra storia: da Schnellinger, finito a fare le fortune del Milan; passando per Peruzzi, straordinario portiere in erba ceduto alla Juventus allo scadere della squalifica per il caso Lipopill; finendo a Marquinhos, Alisson, Rudiger, Benatia e Salah, fenomeni scovati e rivenduti da Sabatini appena sbocciati. Brevi ma proficue fino al tricolore le esperienze di Prohaska, Iorio, Cristiano Zanetti e Nakata. Mentre quella di Luca Toni lo sfiora soltanto, dopo una formidabile rimonta. Poco appariscenti ma utilissimi nel biennio all'ombra del Colosseo, i grintosi Berthold e Policano (nonostante il vizio d'origine) a fine Anni 80; e Digne nel decennio scorso. Perfino nell'era di Testaccio bisogna rinunciare forzatamente a un altro prodigio, Guaita, 42 gol in 61 presenze, fuggito per evitare la chiamata alle armi. Ma quella è un'altra storia.
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