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Roma-Fiorentina in Tribuna Tevere: meglio non si poteva

Tutto l’entusiasmo per il debutto da sogno in campionato. Dalla sinergia Dybala-Malen («come Totti e Cassano») fino alle ambizioni coraggiose («secondi è poco»)

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Federico Vecchio
26 Agosto 2026 - 08:00

Era da giorni che si era capito che, arrivando in Tevere, ci sarebbe stato un grandissimo assente. Era scritto. Chiunque se ne è accorto. Non ditemi che non sia così, perché mentireste sapendo di mentire. La metto lì, piatta, da subito: «Mica lo so se Malen è quello dell’altr’anno. Se te diventa quello del Mondiale …». Perché è stata un’estate così. È stata un’estate, in attesa che finisca il mercato (D’Amico ha detto, in estrema sintesi, che, da qui al 1° settembre, non vendono: speriamo), in cui siamo stati sulle montagne russe. Una parte di noi ha deciso che questa società (rectius, la proprietà) non meriti fiducia; un’altra, al contrario, che la meriti. 

Quindi, quando arrivo in Tevere, da una parte c’è chi sostiene che «abbiamo una rosa più completa rispetto all’altr’anno», mentre, sempre al contrario, chi lamenta che «non abbiamo comprato nessun titolare: semo gli stessi dell’anno scorso». Si passa dal «ci siamo indeboliti: hai perso Celik e mò lì a destra nun c’hai nessuno», all’ «in attacco semo più forti: sei passato da Dovbyk e Ferguson a Malen e Castro». Non sai da che parti girarti. Quello di cui ha certezza, salendo quelle scale, è soltanto che questa Roma-Fiorentina è figlia di un’attesa e di un’aspettativa lunghissime: è dal gol di Elsha a Verona che stiamo in fila attendendo questo momento. Quindi, come sa bene chi frequenta gli spalti da sempre, c’è da avere paura.

Perché, se le cose dovessero andare bene, ma bene bene, in questa prima ufficiale, tutti a correre per prenotare Madrid; se dovessero andare male, tutti a ricercare sulla rubrica il telefono di Ranieri, l’unico in grado di salvarci. Ed in questo clima fatto di voglia e di attesa, di speranza e timore, Bologna non aiuta. Perché quel Frattesi («è romanista da sempre»; «nun è vero: è laziale come er padre»), che in molti avrebbero voluto, e da tempo, a Trigoria, che fa vincere quegli altri, alimenta chi è convinto che non siamo riusciti a fare la campagna acquisti che avremmo, soprattutto noi tifosi, meritato («Se te lo pijavi, c’avevi quell’incursore che te manca. E invece guarda dove è finito. E pè dù spicci»).

E, quindi, il grandissimo assente, che pesa come un macigno, mentre noi stiamo lì a chiederci che ne sarà di Lulli («E se questo fosse forte come Maldini? Che ne sai?»), è lui: è l’equilibrio. Che manca, e ci manca. Perché stiamo che manca ancora una settimana a fine agosto, e la verità è che questo «è l’anno del centenario» e noi vorremmo che fosse già aprile, che fossimo in dirittura d’arrivo, che stessimo lì con le tabelle («Nun ricominciate cò le tabelle…») a vedere quanti punti ci mancano per. È che lo senti che non c’è più disponibilità a tornare indietro, a quando eravamo sesti. Non c’è più la voglia. La disponibilità c’è solo per salire da quel terzo posto che deve essere necessariamente un punto di partenza («Sarebbe una delusione arrivare terzi»; «si, ma pure secondi…»; «infatti: io non vojo arrivà secondo…») per farci arrivare lì dove Gasperini ha dimostrato, già dagli anni di Bergamo, di potere arrivare. 

E, quindi, quando dopo dodici minuti Dybala ha tirato già tre volte in porta, i primi tocchi (anche facili, va detto) di Mora e Lulli sono stati accolti da due ovazioni, la Fiorentina lo vedi che è un cantiere aperto e non quella corazzata che temevamo che fosse, l’equilibrio, quello sin lì assente, si allontana sempre di più dalla Tevere. Perché la voce di uno diventa sempre più forte e convinta («Ma semo proprio sicuri che ce serve ancora qualcuno?!») e contagia i seggiolini intorno («Me sa che c’hai ragione: stamo apposto così»). Lulli, alla terza sgroppata sulla fascia e dopo quel colpo di testa che, se solo fosse saltato più a tempo, diventa il nuovo Cafu («Ancora cò Celik…avemo trovato ‘n fenomeno…»); Mora, che disegna un’azione ed un tiro che, se quel pallone fosse entrato, staremmo non solo già a prenotare Madrid ma staremmo già proprio a Madrid, «è il nuovo Dybala cò quindici anni de meno»; Koné e Cristante, senza più l’obbligo di dovere entrare in area, diventano «una diga invalicabile». 

E questo, tutto questo, prima che Dybala e Malen si mettessero a recitare calcio. Perché, poi, un secondo dopo che li hai visti entrare in porta con il pallone, «sò mejo dè Totti e Cassano», «sò come Totti e Batistuta», «se trovano come Bruno e er Bomber». Il problema è proprio questo: che, dopo il secondo gol di Malen; dopo che hai visto Ndicka fare il centravanti sui rinvii del portiere («Guarda che schema s’è ‘nventato Gasperini!»); dopo che hai visto Malen, accompagnato in porta da Dybala e dopo che Lulli ha strappato il pallone dai piedi di un avversario, portarsi il pallone a casa, entrano Pisilli e Castro e Soulé e il greco. E lì ti rendi conto che c’è ciccia. Che i cambi, finalmente anche per noi, non sono più un problema ma possono essere una risorsa («Hai visto quanto è forte e reattivo Castro?!»). E quindi tutto diventa bellissimo. Anche vedere Kean («è veramente forte!») senza doverne avere timore. Siamo scivolati sul velluto. 

Abbiamo iniziato come meglio non si sarebbe potuto. Certo, poi è vero che «abbiamo gli stessi punti della Lazio, e di questo non si può mai essere contenti», ma anche vero che «siamo primi in classifica, senza avere preso reti e con il capocannoniere». Poi, però, mentre sono quasi alla macchina, una voce saggia mi riporta alla realtà. E lo fa invitandomi ad una riflessione: «Era importante partire bene. Adesso c’è solo un pericolo: che tutta questa aspettativa entri dentro Trigoria. Deve restarne fuori. Se uno incontra Lulli pè strada, deve fà finta di non riconoscerlo. Se vedi Dybala al bar, pija er caffè e esci. Se cò la macchina sbatti su quella de Malen, sbrigate a fare il CID senza dire una parola». Come dargli torto. Dovrebbe essere esattamente così. Non lo sarà. Speriamo bene.

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