Lisbona, Madrid, Londra, Roma. Nel giro di una settimana o poco più, Paulo Fonseca completerà un tour approfondito delle capitali europee. I viaggi in aereo, d'altronde, negli ultimi tre anni sono diventati praticamente una costante per l'allenatore portoghese. «L'anno passato abbiamo fatto circa 126 viaggi. Quando sono arrivato, giocavamo a Lviv (a circa 1.200 km da Kiev). Qui ci sono molte persone che lavorano lontano da Donetsk: vincere in queste circostanze è speciale per loro», ha ricordato il promesso sposo della Roma alla tv portoghese Canal 11. A causa della guerra, la squadra è stata costretta ad abbandonare casa, trasferendosi a Kiev e giocando le partite di casa a Kharkiv, a circa 500 km di distanza dalla capitale. «Sono venuto qui con la speranza di tornare un giorno a Donetsk, ma non ho mai avuto l'opportunità di giocare alla Donbass Arena. Con Kiev ho stabilito un legame speciale e anche quando me ne andrò, tornerò spesso qui», prosegue Fonseca in un'intervista realizzata a fine 2018.

Il momento di andarsene è ormai arrivato, visto che per ufficializzare il suo passaggio alla Roma manca solo la ratifica finale del contratto da due anni più uno a 2 milioni di euro più bonus. Nonostante la distanza da casa, lo Shakhtar è riuscito a costruire tre anni di successi (3 campionati, 3 Coppe di Ucraina e 1 Supercoppa ucraina) rendendo perfettamente funzionale una struttura risalente all'ex Unione Sovietica, costruita in occasione delle Olimpiadi di Mosca del 1980. Da un teatro trasformato in palestra, dalla sala video, dal campo d'allenamento e dalla preziosissima sala riunioni è partita una rivoluzione tecnica e tattica che ha raggiunto il suo apice l'anno scorso con il raggiungimento degli ottavi di finale di Champions League, persi proprio contro la Roma.

«Vincere non mi basta, mi piace farlo giocando bene. Nella rosa c'era già tanta qualità, dovevamo solamente costruire qualcosa che la valorizzasse al meglio». Obiettivo raggiunto, almeno ascoltando le parole di Ismaily, Marlos e altri giocatori che parlano di una forma di pensare nuova trasmessa al club. Una forma diversa di lavorare che ha stregato anche l'amministratore delegato del club ucraino, Serhii Palkin. «Lui è un allenatore giovane e ha portato molte cose nuove, sia nei metodi di allenamento, sia nello stile di gioco, basato anche sulla velocità della visione dello stesso».

Fonseca style

Ispirato da Pep Guardiola e Maurizio Sarri («Sono due allenatori coraggiosi, pensano che il calcio non sia solo vincere e credo che questo li porterà a trionfare più di altri»), Fonseca chiede una partecipazione attiva di tutti giocando la palla da dietro e senza buttarla mai, anche attraverso l'abbassamento di uno dei due mediani del 4-2-3-1 per iniziare l'azione dal basso. In fase di non possesso, sono molto importanti i tempi di reazione per non perdere mai quello stile di gioco offensivo che in Ucraina è stato ribattezzato "Fonseca style". «Non mi piace avere una squadra che pensa a difendere. Il tuo lavoro si vede più durante la settimana che durante la partita, in quei momenti è più difficile incidere. Tutto quello che faccio durante la settimana è molto più importante rispetto a quello che si fa allo stadio. La più grande soddisfazione per me è rivedere in partita quello che proviamo in allenamento». Per riuscirci, sono fondamentali le riunioni con il vice Nuno Campos, con l'analista video Tiago Leal e con gli altri collaboratori che già durante i numerosi viaggi di ritorno in aereo iniziano ad analizzare azione per azione la partita conclusa da poco. «Non voglio che siano marionette, ma che mi facciano pensare ed evolvere».

L'interprete di emozioni

I successi di Fonseca, tuttavia, non si basano solamente su tattica e numeri, ma anche su emozioni e motivazioni. In questo senso, diventa fondamentale la figura di Max Nagorski, ombra del tecnico in campo, in sala video e negli spogliatoi, deputato a tradurre e trasmettere le parole e lo stato d'animo dell'allenatore alla squadra. È anche grazie a lui se discorsi motivazionali come quello realizzato prima della sfida di campionato contro il Desna (vinta per 1-0 a due minuti dalla fine nonostante l'inferiorità numerica) riescono ad arrivare ai giocatori: «Non appena cala la loro prestazione, dobbiamo ricompattarci. Questo riguarda la nostra fase offensiva e non la nostra fase difensiva. Se abbiamo l'opportunità di aggredirli, proviamo a riguadagnare velocemente la palla, o a fare fallo. Aggrediamoli, allentiamo la pressione e ci ricompattiamo. Teniamo la squadra sempre corta e facciamo attenzione al controllo della profondità.

È fondamentale che noi riusciamo ad allentare la pressione quando loro prendono palla. Facciamo attenzione dietro alla profondità. Ci deve essere disponibilità completa da parte di tutti e una ricerca costante dello spazio e delle linee di passaggio. Non dobbiamo assolutamente conformarci al loro ritmo di gioco, cerchiamo momenti in cui accelerare, momenti di aggressività in termini offensivi. Dov'è l'ambizione? L'ambizione deve essere costante in questa squadra, in ogni singola partita, a prescindere dal fatto che giochiamo contro il City, il Lione, il Desna o lo Zorya. Siete principalmente voi che dovete parlare con voi stessi e dirvi che volete vincere, che volete arrivare alla fine del campionato ed essere primi. Buona partita a tutti, andiamo!». Buon viaggio.