Dino Dino viola alé
Da Aulla con amore: il 22 aprile 1915 nasceva il più grande presidente della nostra storia. Ha visto prima di tutti quello che sarebbe potuto diventare la Roma, quello che sarebbe riuscito a fare
In quegli anni la Roma l’ho scoperta e imparata anche grazie a Fulvio Stinchelli, grazie alla sua scrittura così colta e sorprendente, scanzonata e vera, così romana nel senso più alto (quindi è altissimo) del termine, a racconti come questo: “Nel ’79 ad Asolo ebbi un incontro con Dino Viola all’Hotel Cipriani, per un premio. All’epoca ci davamo ancora del lei. Uscendo, Viola mi disse: “Vado ad incontrare una vecchia amica”. Andava al cimitero, dove riposano i resti di Eleonora Duse. L’accompagnai. Seduti sulla pietra, accanto alle siepi di bosso, mi svelò questo suo progetto: “Venduta l’azienda, ho diviso la torta in quattro: tre porzioni ai figli e con la quarta fetta mi sono comprato il giocattolo della vecchiaia. Penso che i tempi siano maturi per fare la grande Roma. Con Liedholm ho preso l’ombrello. Adesso ci vuole l’asso”. E così fu.
Viola era l’autocrate assoluto, ma non interferiva. C’erano da tenere a bada due bestie spaventose: la piazza e la stampa che la rappresenta. La strategia era quella di prenderle per il culo (avendo l’ombrello). L’antipatia delle due bestie gli concesse di non dover recitare quei ruoli buffoneschi che, per tradizione, i presidenti erano tenuti a volgere. Er core de Roma è una delle cose più nefaste e la Rometta ne è il prodotto classico. Da una Roma romantica si passò a una Roma illuminista. Viola si costruì un ruolo. La trasformazione fu radicale. Quello che sembrava un consigliere grigio e squallido diventò un condottiero. Viola parlava dell’acquisto di un giocatore dopo che l’aveva fatto, non prima. Con Liedholm non si dicevano niente di intelligibile a livello verbale, ma si capivano benissimo. Il colpo di genio fu questo. La plebe romana s’incanta agli istrioni”.
Un uomo da solo al cimitero in un colloquio impossibile con la Duse, la Divina attrice, per costruire la Roma. Pensate voi la bellezza della scena. Forse è una delle ragioni per cui è uscita una “cosa” così bella come quella “cosa” magnifica degli Anni 80, che era la Roma. Gli Anni 80 non sono i miei anni più belli perché ero ragazzino, ma quelli di tutti i romanisti, perché davanti a quello spettacolo tutti i romanisti erano ragazzini. Anche davanti alle favole di un allenatore che sembrava un nonno persino più dolce, e generoso, di Babbo Natale. Con lo zuccotto in testa, direttamente non dalla Finlandia ma dalla Svezia. Provincia di Testaccio. Così come Viola parlava il violese (Paulo Roberto Falcao parlerà un codice misterioso quasi iniziatico in campo) Nils Liedholm si è inventato un linguaggio: non è un caso che in quegli anni è nato il nostro, solo nostro “dimmi cos’è”, cioè quello che tutti gli altri non sentono e non potranno mai dire. La Roma come codice, la Roma come appartenenza..
Credo che oltre tutto questo, la bellezza che ci ha insegnato, Nils Liedholm è stato e resterà per sempre l’allenatore della Roma per una cosa soprattutto: ha scelto Agostino Di Bartolomei come Capitano. “L’uomo in più” di Sorrentino a centrocampo, scelto quando aveva 18 anni, a metà Anni 70, quando il Barone da poco arrivato a Roma lo vide a fine pranzo fare un discorso alla squadra appena diventata campione d’Italia Primavera.
È con gli uomini e le loro vite che si fa un’impresa o una squadra e quella Roma era fatta di grandi uomini che dovevano fare un’impresa: tenere in vita un sogno di tante persone e poi raggiungerlo: la Roma Campione. Ci sono uomini che votano l’intera vita a una causa, Viola l’ha dedicata alla Roma. Tante immagini che restano lo ritraggono di profilo, come a guardare chissà quale punto, ma sempre fisso, sempre lontano. La più bella, forse, è quella in tribuna il giorno di Roma-Juve dell’86, con uno stadio intero che si stava colorando e lui - unico in quel parterre in piedi - assiso a fissare uno spettacolo mai visto primo.
Mai come in quel momento era il Presidente di tutta quella gente. Si stagliava dal contesto ma era proprio così che quella diventava la sua gente. Dopo il terzo gol nella prima di Campioni col Goteborg disse: “Mi sono alzato e mi sono messo a guardare il pubblico”; mentre tutti guardavano la più forte Roma di sempre in campo, lui guardava Roma guardare la sua Roma. Credo che si ricaricasse facendo questo, guardando la Sud spesso, perché nel frattempo per la Roma lui aveva sfidato tutto. E contro la smisurata arroganza e i centimetri del potere, ha vinto lo Scudetto più bello, cinque Coppa Italia, è arrivato tre volte secondo, due volte terzo, in finale Uefa e in finale di Coppa Campioni. Ci ha insegnato a scrivere il nome Roma in maiuscolo, a capire che eravamo grandi. Che dobbiamo sentirci destinati a esserlo. Non sopportava che la Roma la chiamassero Rometta e aveva ragione: la Roma è la Roma. Dopo di lui l’autostima del tifoso romanista non è stata più la stessa. Ci ha portato lì dove nessuno ci aveva nemmeno sperato di portare eppure la sensazione che ha lasciato è persino quella di un qualcosa di incompiuto: quella Coppa, lo Stadio... Significa che anche il futuro, quando verrà e sarà grande, sarà suo
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