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Roma-Pisa in tribuna Tevere: come farsi del Malen

La surreale serata che ha portato ai tre punti importanti contro i toscani. Tra le dichiarazioni a sorpresa di Ranieri e la splendida certezza del centravanti olandese

(MANCINI)

PUBBLICATO DA Federico Vecchio
13 Aprile 2026 - 07:30

Erano le 20.28, giuro. Non un minuto prima, non un minuto dopo. Me ne stavo comodamente seduto al mio posto in Tevere, conversando amabilmente con una coppia di anziani tifosi, marito e moglie, che sedevano al mio fianco, quando vedevo apparire la notifica di whatsapp sul mio telefonino. Aprivo senza nessuna particolare premura quella benedetta applicazione, e trovavo lì, in bella mostra, il messaggio appena recapitatomi da un mio fraterno amico, già noto a queste cronache, che, con nome di fantasia, continuerò a chiamare «Gabriele», che, con spietata sintesi, mi scriveva le poche righe che, fedelmente, di seguito vi riporto: «Tu stai sicuramente allo stadio. Alle interviste prepartita di DAZN stasera si è presentato Ranieri… “Abbiamo proposto alla società una lista di sei nomi, tre hanno deciso di non venire, tra i rimanenti hanno scelto Gasperini…”». 

Erano le 20.28 e, a quel punto, mi rivolgevo ai miei competenti ed amabili interlocutori che sedevano al mio fianco con un filo di voce, ma più per convincermi della reale esistenza, nel mondo dei vivi, di quello che avevo appena letto, che di altro. Dicevo, quindi, loro: «Ha parlato Ranieri», senza aggiungere nemmeno un fonema. La gentilissima signora al mio fianco prontamente replicava «Che bello. Lui vuole bene alla Roma. Che ha detto?». A quel punto, e giuro anche su questo, mi ritrovavo nella più completa assenza di una qualunque capacità di sintesi. Avrei potuto rispondere, guardando il burrone dal precipizio, «ha dato addosso a Gasperini»; oppure, provando a guardare la vetta della montagna e quel poco che ci manca, comunque, per raggiungere l’obiettivo in campionato, «ha provato a strigliare allenatore e squadra». Ma non riuscivo a pronunciare mezza parola. Perché, ma questo lo capivo solo dopo, non volevo farmi latore di una previsione di tempesta. Non volevo proprio. E, quindi, mi fermavo lì, senza dire altro. O meglio, qualcosa dicevo, e cioè un «è vero, lui vuole bene alla Roma», che pronunciavo più per rafforzare con il cemento la necessità di una Roma, in tutte le sue componenti, compatta ed unita, che per altro. 

Ma questa era la necessità per dare forza all’amore ed al convincimento che albergano dentro di me, che sono un seggiolino, come un qualunque altro seggiolino, della Fila 16, ma non perché abbia creduto, anche solo per un attimo, che non fosse successo nulla e che lunedì, vedrai, si vedono a Trigoria e chiariscono tutto. Iniziava, a quel punto, la partita. Malen («Hai letto che ha detto Di Canio su Malen?») faceva quello che una punta deve fare («Anticipa sempre la giocata e vede solo la porta: un fenomeno») e, in quel momento, l’amabile signora al mio fianco si rivolgeva a me dicendomi «ma quanto è bravo!» per, un attimo dopo, aggiungere: «Mio marito ha letto adesso quello che ha detto Ranieri e mi stava riferendo: mi sa che si è arrabbiato». Lì, in quel momento, capivo che il problema non erano più le sconfitte con Torino e Bologna, l’imbarcata di San Siro, gli infortunati, noi che volevamo Istanbul. No, il problema non sarebbe stato più quello. Anzi, quei problemi si sarebbero fatti piccoli ai nostri occhi, e si sarebbero sistemati laggiù, in buon ordine, sullo sfondo. Il problema, con la «P» maiuscola, adesso diventava ben altro, ed era quello che il Pisa e, poi, l’Atalanta, giù giù, fino al derby ed al Verona, sarebbero diventati spunti di chiacchiere tra enigmi più seri. Perché era, in quel preciso momento, che, su per giù, corrispondeva con la doppietta di un nostro centravanti («Ma da quanto tempo?»), che diventava chiaro a tutti che, alla fine di questa partita, di noi avrebbero parlato giornali, radio, televisioni, social, ma non per raccontare di Malen e delle sue gesta, ma per dire che «vedrai che l’anno prossimo si riparte da zero». Ed era proprio questo che infastidiva maggiormente gli attenti seggiolini a me più prossimi. Che parliamo, se non si fosse ancora capito, di gente che, quando si vota, dovrebbe trovare un seggio a propria disposizione direttamente in Tevere, perché ha trascorso più anni della propria vita su quella tribuna che «a casa cò la moje», come mi ricordava un abbonato che potrebbe essermi, per età anagrafica, addirittura padre, e vò detto tutto. Ecco, in questa situazione ambientale si viveva quello che, a qualche decina di metri da noi, accadeva in campo. 

Bello tutto, bello Svilar ritrovato («Ancora a parlarne male?»), bello Pelle che faceva dispiacere per il suo infortunio («Io non capisco chi lo critica»), bello Elsha che entrava e andava a mille all’ora («Io non capisco perché non lo rinnovano»), bello Pisilli sempre più maturo («Questo diventa subito titolare in Nazionale»), bellissimo MalenPensa se l’avessimo avuto dall’inizio del campionato»). 

Bello tutto, dicevo. Ma, a quel punto, un velo di preoccupazione si spandeva in tutti i discorsi, ed era tutta una gara a tranquillizzarci gli uni con gli altri («Vedrai che sistemano», «Stanno dalla stessa parte», «L’americani li fanno ragionà e je fanno fa pace»). E c’era poco davvero da fare. Perché, più provavamo, più toccavamo con mano la profondità del guaio. «Se Ranieri ha parlato la situazione è davvero grave», «Claudio non parla a sproposito», «Temo sia saltato il banco». Ed allora, quando partiva «Grazie Roma», la gentile signora al mio fianco sintetizzava, lei, quello che era il bisogno di tutti: «Non fateci sentire la canzone, mandateci in diretta subito le dichiarazioni di Gasperini». E già. Le dichiarazioni di Gasperini. In risposta a quelle di Ranieri. A questo siamo arrivati. In una stagione in cui non ci siamo fatti mancare niente. Ma che non è ancora finita. E, siccome al peggio non c’è mai fine, «famo che, mentre questi a Trigoria magari se menano, provamo lo stesso a annà in Cempio e a nun perde er derby». Che, di tutta la serata, erano, a quel punto, le parole più rassicuranti e dolci da sentire.

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