AS Roma

Addio grande Dino

L’ultimo precedente in casa col Pisa risale all’indomani della morte di Viola. Il 20 gennaio 1991 l’ultimo saluto all’Ingegnere capace di costruire il nostro sogno

PUBBLICATO DA Lorenzo Latini
09 Aprile 2026 - 07:30

L’atmosfera è surreale allo Stadio Olimpico il 20 gennaio 1991: sugli spalti aleggia un silenzio rumorosissimo, che stride con la consueta aria di festa che accompagna la Roma. E non è per la situazione di classifica deludente, perché la squadra è in piena corsa sia in Coppa UEFA (dove raggiungerà la finale) sia in Coppa Italia (che vincerà). Il silenzio, quel giorno, cela il magone per la scomparsa di Dino Viola: il Presidente si è spento il giorno prima, al termine di una veloce malattia, perciò la voglia di incitare e sostenere Voeller e compagni è sostituita dalla necessità fisica di rendere omaggio allìIngegnere, l’uomo che ho costruito il nostro sogno e lo ha fatto realtà dopo 41 anni di attesa. L’uomo che ci ha portato Falcao e Cerezo, l’uomo che ha richiamato Liedholm in panchina, quello che ha rilevato la Roma da Anzalone e - prendendo ad esempio quanto di buono fatto dal suo predecessore - l’ha fatta grande, grandissima, sotto ogni punto di vista.

Quel giorno all’Olimpico si gioca Roma-Pisa, ed è ad oggi l’ultimo incrocio all’Olimpico tra le due squadre: i toscani, che passano 2-0 davanti a una squadra e una tifoseria sotto shock, a fine stagione retrocederanno, e non torneranno in Serie A fino all’estate scorsa. I Fedayn firmano uno striscione da pelle d’oca: «Roma, dai sette colli, tramanderà la storia di un uomo che, da solo, le ha dato tanta gloria!!!». Un altro, sempre in Curva Sud, recita: «Sarai sempre il “nostro” Presidente». E poi: «Ci hai lasciato un vuoto incolmabile. Addio caro Presidente...». Alla base della curva il messaggio del Vecchio CUCS: «In 12 anni hai dato tanto... ieri tutto».

Messaggi d’amore che raccontano l’importanza di un uomo come Viola per l’intero popolo giallorosso. Un uomo capace di mantenere la promessa fatta a sé stesso, prima ancora che alla sua gente: riportare il tricolore a Roma. È quello che profetizza nell’agosto del 1982, è quello che realizza nove mesi più tardi. Lui uno Scudetto l’aveva già visto, quello del 1942: aveva seguito la Roma a Livorno nella penultima giornata di quel campionato, che si giocò il 7 giugno. Lui all’epoca stava a Pontedera, e con la moglie Flora raggiunsero Livorno in bicicletta per vedere i giallorossi vincere 2-0 con i gol di Pantò e Amadei. Una settimana più tardi, a Roma, sarebbe arrivata l’estasi.

Raccogliendo l’eredità di Anzalone, che già aveva proiettato la Roma nel futuro, le aveva ricordato che «piange il debole, i forti non piangono mai». Aveva affrontato con signorilità persino la rapina di uno Scudetto nel 1981. A Boniperti, che a mò di sfottò gli aveva regalato un righello, lui ne inviò uno d’oro, con il messaggio: «Io sono ingegnere: questo serve più a lei che è geometra». Alla fine, però, il duello con il potere lo vinse, e la sua espressione beata e commossa di fronte allo spettacolo dell’Olimpico il 15 maggio 1983 vale più di mille parole.

Ci portò a un passo dal tetto d’Europa, lasciandoci anche in quel dolore un insegnamento che più romanista non si potrebbe: all’epoca, in finale di Coppa dei Campioni, sulla maglia si poteva vestire un solo simbolo oltre a quello dello sponsor tecnico; tutte le italiane finaliste in precedenza avevano optato per il tricolore, a discapito dello stemma sociale. Dino Viola, invece, al posto dello Scudetto volle il Lupetto bianco su sfondo rosso. In questa decisione c’è tutto quello che rappresenta la Roma. E se qualcuno vi chiedesse «che cos’è la Roma», potreste rispondere citando sempre Dino Viola: «È quel giorno in cui, seguendo un corteo di gente allegra, mi ritrovai a Testaccio». 

Ci manchi, Presidente.

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