Addio grande Dino
L’ultimo precedente in casa col Pisa risale all’indomani della morte di Viola. Il 20 gennaio 1991 l’ultimo saluto all’Ingegnere capace di costruire il nostro sogno
L’atmosfera è surreale allo Stadio Olimpico il 20 gennaio 1991: sugli spalti aleggia un silenzio rumorosissimo, che stride con la consueta aria di festa che accompagna la Roma. E non è per la situazione di classifica deludente, perché la squadra è in piena corsa sia in Coppa UEFA (dove raggiungerà la finale) sia in Coppa Italia (che vincerà). Il silenzio, quel giorno, cela il magone per la scomparsa di Dino Viola: il Presidente si è spento il giorno prima, al termine di una veloce malattia, perciò la voglia di incitare e sostenere Voeller e compagni è sostituita dalla necessità fisica di rendere omaggio allìIngegnere, l’uomo che ho costruito il nostro sogno e lo ha fatto realtà dopo 41 anni di attesa. L’uomo che ci ha portato Falcao e Cerezo, l’uomo che ha richiamato Liedholm in panchina, quello che ha rilevato la Roma da Anzalone e - prendendo ad esempio quanto di buono fatto dal suo predecessore - l’ha fatta grande, grandissima, sotto ogni punto di vista.
Quel giorno all’Olimpico si gioca Roma-Pisa, ed è ad oggi l’ultimo incrocio all’Olimpico tra le due squadre: i toscani, che passano 2-0 davanti a una squadra e una tifoseria sotto shock, a fine stagione retrocederanno, e non torneranno in Serie A fino all’estate scorsa. I Fedayn firmano uno striscione da pelle d’oca: «Roma, dai sette colli, tramanderà la storia di un uomo che, da solo, le ha dato tanta gloria!!!». Un altro, sempre in Curva Sud, recita: «Sarai sempre il “nostro” Presidente». E poi: «Ci hai lasciato un vuoto incolmabile. Addio caro Presidente...». Alla base della curva il messaggio del Vecchio CUCS: «In 12 anni hai dato tanto... ieri tutto».
Messaggi d’amore che raccontano l’importanza di un uomo come Viola per l’intero popolo giallorosso. Un uomo capace di mantenere la promessa fatta a sé stesso, prima ancora che alla sua gente: riportare il tricolore a Roma. È quello che profetizza nell’agosto del 1982, è quello che realizza nove mesi più tardi. Lui uno Scudetto l’aveva già visto, quello del 1942: aveva seguito la Roma a Livorno nella penultima giornata di quel campionato, che si giocò il 7 giugno. Lui all’epoca stava a Pontedera, e con la moglie Flora raggiunsero Livorno in bicicletta per vedere i giallorossi vincere 2-0 con i gol di Pantò e Amadei. Una settimana più tardi, a Roma, sarebbe arrivata l’estasi.
Raccogliendo l’eredità di Anzalone, che già aveva proiettato la Roma nel futuro, le aveva ricordato che «piange il debole, i forti non piangono mai». Aveva affrontato con signorilità persino la rapina di uno Scudetto nel 1981. A Boniperti, che a mò di sfottò gli aveva regalato un righello, lui ne inviò uno d’oro, con il messaggio: «Io sono ingegnere: questo serve più a lei che è geometra». Alla fine, però, il duello con il potere lo vinse, e la sua espressione beata e commossa di fronte allo spettacolo dell’Olimpico il 15 maggio 1983 vale più di mille parole.
Ci portò a un passo dal tetto d’Europa, lasciandoci anche in quel dolore un insegnamento che più romanista non si potrebbe: all’epoca, in finale di Coppa dei Campioni, sulla maglia si poteva vestire un solo simbolo oltre a quello dello sponsor tecnico; tutte le italiane finaliste in precedenza avevano optato per il tricolore, a discapito dello stemma sociale. Dino Viola, invece, al posto dello Scudetto volle il Lupetto bianco su sfondo rosso. In questa decisione c’è tutto quello che rappresenta la Roma. E se qualcuno vi chiedesse «che cos’è la Roma», potreste rispondere citando sempre Dino Viola: «È quel giorno in cui, seguendo un corteo di gente allegra, mi ritrovai a Testaccio».
Ci manchi, Presidente.
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