AS Roma

Konsel a Radio Romanista: «Il mio grande amore»

«Ai romanisti mi lega un grandissimo affetto, questo club è la mia seconda casa. Grande rapporto con Zeman. Nel 2012 parlai con Baldini per tornare, ma non se ne fece nulla»

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Alessandro Cristofori
01 Marzo 2026 - 07:00

È stato il primo portiere straniero della Roma e in poco tempo si è conquistato l’affetto e la stima di tutti i romanisti che ancora oggi lo considerano uno di loro. Lui è Mikael Konsel, il numero 1 austriaco simbolo della prima Roma di Zeman. Konsel è l’ottavo e ultimo ospite di “S.R.Q.R – Sono Romanisti e Quasi Romani”, il podcast di Radio Romanista disponibile sull’app dell’emittente e su tutte le piattaforme streaming.

Com’è arrivata la Roma nella tua vita?

«Quando avevo 16 anni conobbi la città da turista e ne rimasi ovviamente colpito. Alla Roma iniziai ad appassionarmi con l’arrivo di Herbert Prohaska che vinse anche lo Scudetto del 1983. Da calciatore invece, il primo contatto lo ebbi dopo una partita di Champions League tra Rapid Vienna e Juventus. Quella sera, parai tutto, in particolare riuscii a neutralizzare diversi tentativi di Boksic. Quella gara mi fece conoscere al grande pubblico anche perché all’epoca, il calcio austriaco non aveva appeal e i club italiani erano poco interessati a visionare calciatori di quel campionato. Ma ad aiutarmi ad entrare in contatto con il vostro calcio fu un mio amico giornalista».

In che senso?

«Sì, un cronista austriaco che in quel momento lavorava come corrispondente per la Gazzetta dello Sport. Lui mi aiutò a realizzare una videocassetta con le mie migliori parate e la inviammo a diverse società, tra cui Milan e Roma che si mostrarono interessate. Io però scelsi la Roma, sia per la città sia perché mi affascinavano molto le idee di Zeman che ai suoi portieri chiedeva non solo di parare ma anche di partecipare al gioco della squadra. Oggi questa è la normalità ma a quei tempi era una cosa rivoluzionaria. Inoltre, il mister mi aveva notato con il Rapid e la nazionale e quindi ho sentito molta fiducia da parte sua».

Come in ogni puntata di “S.R.Q.R”, all’intervistato vengono fatti ascoltare degli audio che ripercorrono la sua carriera romanista.
Il saluto di Carlo Zampa: «Miki è stato uno dei portieri più importanti che ha avuto la Roma. Arrivò grazie ad un’intuizione di Franco Baldini e ricordo benissimo il suo esordio contro l’Empoli quando vincemmo 3-1 nella prima giornata del campionato 1997-98. Avendo trentacinque anni ed essendo per noi un giocatore poco conosciuto, non eravamo sicuri potesse essere il portiere titolare. Invece già in quella partita fece vedere la sua qualità. L’ho soprannominato “pantera” e sono contento che a questo nomignolo sia rimasto molto affezionato».

«Ricordo benissimo quella partita. Ripensare al mio esordio con la Roma è una cosa che ancora oggi mi emoziona tantissimo. Quando venni a sapere che Zampa mi aveva soprannominato “pantera” rimasi sorpreso perché anche in Austria mi chiamavano così. Però qui è ancora più bello perché ero “Er pantera”, l’aggiunta dell’articolo in romano mi piace da impazzire, perché è un modo per sentirmi ancora più legato ai romanisti».

Quando sei arrivato in Italia avevi già tante partite in Champions League e con la tua nazionale. Eri un giocatore di esperienza ma molti erano scettici sul tuo acquisto, sia per l’età e anche perché in pochi ti avevano visto giocare. Rimettersi in gioco a trentacinque anni per conquistare la fiducia di una nuova tifoseria è stato più difficile o più stimolante?

«Ero tranquillissimo perché mi sono sempre sentito un numero 1 e non ho mai avuto problemi con la pressione. Anzi, io cercavo un ambiente così. Lo Stadio Olimpico, una tifoseria così calda che aveva fame di vittorie, erano tutti fattori che mi davano una grandissima carica. Purtroppo, non ero più un ragazzo e ho potuto giocare poco con questa maglia ma quei due anni me li sono goduti».

1/3/1998 - Roma-Fiorentina 4-0: il calcio di rigore parato a Gabriel Omar Batistuta.

«Che soddisfazione parare un calcio di rigore a un fenomeno. Gabriel è uno degli attaccanti più forte della storia del calcio e per me è stato bellissimo quel giorno regalare una soddisfazione ai tifosi. Quell’anno sono stato anche il miglior portiere della Serie A e tra i migliori giocatori del torneo. È stata veramente un’avventura fantastica».

Anche a causa dei tuoi infortuni, soprattutto nel secondo anno, ti sei alternato con Antonio Chimenti. Com’era il vostro rapporto?

«È normale che tra due portieri ci sia sempre della rivalità. Ma era una cosa sana che spingeva entrambi a dare il massimo. Io però ho sempre sentito la fiducia dell’allenatore ma soprattutto sin dalle giovanili sono sempre stato un numero uno. Nessuno mi ha mai tolto il posto. Anche per il mio carattere ambizioso non ho mai pensato, neanche per un momento, di non essere il portiere titolare della Roma».

Il rapporto con Zeman.

«Un grandissimo uomo e professionista che mi ha subito impressionato. Il suo gioco era spettacolare anche se essere il portiere di una sua squadra non era un lavoro semplice. Bisognava prendersi dei rischi, giocare sempre sul filo dell’errore, questa era però l’adrenalina di cui avevo bisogno e mi piaceva moltissimo. Noi due non parlavamo tantissimo ma ci intendevamo al volo, avevamo davvero un grandissimo feeling».

Quando nel 2012 tornò sulla panchina giallorossa, tu andasti a trovarlo nel ritiro precampionato che la Roma stava facendo in Austria. È vero che parlasti con la dirigenza di allora riguardo la possibilità di ottenere un incarico all’interno dello staff tecnico di Zeman?

«Ci fu un colloquio con Franco Baldini ma non si andò più in là di una semplice chiacchierata per allenare i portieri della prima squadra e anche delle giovanili. Mi è dispiaciuto perché se le cose fossero diventate più concrete avrei mollato tutto per tornare a dare una mano alla Roma. Non mi sarebbe neanche interessato discutere del contratto, tornare a lavorare a Trigoria sarebbe stato bellissimo”

Come mai secondo te la seconda avventura di Zeman fu così deludente?

«Il mister deve avere i calciatori giusti per il suo calcio. Quel modo di giocare è molto difficile da capire ed interpretare. Il nostro gruppo era fortissimo, tanti calciatori che facevano parte di quella squadra avrebbero poi vinto lo scudetto nel 2001. Poi è difficile entrare nello specifico ma credo che uno dei motivi sia questo».

Il saluto di Vincent Candela: «Miki era forte ma anche il più bello del campionato. È stato bellissimo giocare con te, avevi anche un grande mancino. Eri un portiere che stava avanti per il modo di giocare con i piedi».

«Che giocatore Vincent, mi è subito piaciuto sia come persona che ovviamente come calciatore. Ancora oggi ci sentiamo e abbiamo avuto sempre un bel rapporto, anche con gli altri ex compagni. La cosa più bella è quando feci la festa di addio al calcio a Vienna. Vennero tutti, qualcuno anche con aerei privati solo per essere presenti in una serata così importante con me. Venne anche Antonello Venditti che anziché cantare “Grazie Roma” cantò “Grazie Miki”, anzi cantammo insieme. Se ci penso mi commuovo ancora».

11/4/1999 – Roma-Lazio 3-1.

«Con il gol finale del grande Capitano! Aveva quella maglia sotto (“Vi ho purgato ancora”, ndr) che mostrò nell’esultanza ma noi compagni non lo sapevamo e quindi rimanemmo sorpresi come tutti. Le sensazioni che si provano in un derby non si possono spiegare. Ho giocato partite importanti ma Roma-Lazio è un qualcosa che fa storia a sé, credo che sia il derby più bello d’Italia e penso anche d’Europa».

Nel secondo anno ti condizionò moltissimo l’infortunio al tendine d’Achille che ti fece saltare diverse partite. È quello il motivo del tuo addio alla Roma?

«Ripensandoci è stato un mio errore. Zeman era andato via e arrivò Capello, che chiese di acquistare un altro portiere. Questa cosa mi spiazzò perché non ero abituato ad essere messo in discussione e pensavo di meritare fiducia anche da parte sua. Oggi penso che avrei dovuto confrontarmi con il nuovo allenatore e se lo avessi fatto magari le cose sarebbero andate diversamente ma sono uno molto orgoglioso, per questo scelsi di andare a giocare a Venezia dove c’era un giovane Spalletti che praticava un calcio simile a Zeman. Ma non era il posto per me».

Perché?

«Venezia è una bella città ma io sono ambizioso e per dare il meglio ho bisogno di puntare a raggiungere traguardi importanti. Lì questo non era possibile e sono andato in difficoltà. Poi mi mancava Roma, la tifoseria, lo Stadio Olimpico e anche la pressione. Il famoso ambiente che tutti dicono sia un problema ma per me non lo è mai stato».

Che cos’è per te la Roma?

«La Roma è la mia seconda casa ed il mio grande amore. È tutto. Per i tifosi della Roma sarò sempre “Er Pantera” e li voglio salutare tutti con grande affetto ma in particolare, la Curva Sud».

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