«Ero in auto e stavo andando allo stadio ma a metà strada ho cambiato idea e sono andato a casa», inizia così l'intervista a Marco Cassetti. Non ce l'ha fatta a raggiungere l'Olimpico per assistere alla partita di addio di De Rossi e anche quando ne parla con noi ha la voce alterata dall'emozione.

Perché ha cambiato idea?
«Ho vissuto l'addio di Francesco (Totti ndr) e mi è bastato. Non volevo riprovare le sensazioni che provai quel giorno allo stadio, ho preferito vederlo in tv».

L'ha sentito dopo la partita?
«Ci siamo messaggiati ma quello che ci siamo detti resta tra noi».

È rimasto sorpreso dalla scelta della Roma?
«Sotto l'aspetto calcistico ci può anche stare la scelta della società. Però in certi casi dobbiamo valutare anche il contesto e che tipo di giocatore è De Rossi».

Anche il modo in cui è arrivato il divorzio non ha aiutato.
«Con i tempi e i modi giusti sarebbe stato meglio, magari si poteva proporre un rinnovo di un anno impostando già da ora un discorso sul futuro».

Cosa perde la Roma senza De Rossi?
«Lo hanno detto anche i compagni, era una figura fondamentale nello spogliatoio. Sono convinto che sarebbe stata una risorsa in più, anche per accogliere i tanti giocatori che vengono dall'estero e fanno fatica ad ambientarsi. Poteva trasmettere ai nuovi che cosa significa essere della Roma e poi sono convinto di una cosa».

Quale?
«Conosco la grande umiltà di Daniele e non avrebbe mai imposto la sua presenza in campo pretendendo di giocare: era convinto che poteva starci e ne sono convinto anche io».

Tutti esaltano la sua grande personalità, che tipo di leader era?
«Era un leader importante, c'era sempre per i compagni. Aveva già una grande maturità quando io giocavo con lui. Ti trascinava e si metteva sempre a disposizione: per lui la squadra veniva prima di tutto».

Era un leader silenzioso?
«No, parlava molto nello spogliatoio. Ma Daniele era un leader anche in campo perché stiamo parlando di un grande giocatore. Quando la palla scottava si faceva sempre vedere e dopo ci metteva sempre la faccia».

Ha un consiglio da dargli per il futuro?
«Gli consiglio di vivere questi momenti molto serenamente, nella nuova squadra si sentirà meno responsabile e non avrà il peso di dover rappresentare la sua gente in campo».

Anche lei prima di smettere ha fatto un'esperienza all'estero.
«Gli farà bene. Giocare all'estero ti apre nuovi orizzonti, gli servirà anche per il futuro».

Il suo futuro è fare l'allenatore?
«Sì, è la sua strada. Ha anche l'esempio del padre e ha la fortuna di aver vissuto vicino a lui imparando già tantissimo. È uno portato a fare questo tipo di ruolo. Lui ha sempre avuto questa intelligenza tattica sovrannaturale e poi ha personalità e carisma: i presupposti per un futuro da allenatore ci sono tutti».

Con DDR ha detto addio anche Ranieri, da chi o cosa deve ripartire la Roma?
«Prima di tutto bisogna sistemare questi equivoci che ci sono in società, anche Totti meriterebbe un ruolo più centrale con poteri decisionali, ma non so se questo possa avvenire. Per me il punto da cui ripartire è questo».

Ci sarà da scegliere il nuovo allenatore: da Sarri a Gattuso, si fanno tanti nomi.
«Tutti i profili possono essere giusti, ma dipende quali sono i poteri che avrà l'allenatore e quale sarà il progetto che ha in mente la dirigenza. Chiunque sarà il nuovo tecnico deve avere l'appoggio della società, perché se lo scegli devi avere la forza di proteggerlo anche quando le cose non andranno bene. Ma al momento non vedo nessun dirigente a Trigoria che avrebbe la forza di farlo. Non è una situazione semplice».

Prima di salutarci le facciamo gli auguri visto che oggi (ieri ndr) è il suo compleanno.
«Grazie di cuore».