AS Roma

«Che metamorfosi!»

La prima vittoria europea in casa dà ai tifosi nuove conferme. «Non siamo i migliori, però siamo forti». E poi la testa corre a Budapest: «Non posso pensarci»

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Federico Vecchio
29 Novembre 2025 - 07:30

La consapevolezza poggia su basi finalmente solide Non siamo i migliori, ma siamo forti») e non si vedono lassù, in alto, i soliti voli pindarici che ci riportano a quando, a novembre, pur non confessandolo a nessuno, eravamo intimamente convinti di vincere Scudetto, Champions e, se quell’anno si fossero disputate anche le Olimpiadi, pure qualche medaglia d’oro. Ecco, questa consapevolezza, che ha preso il posto del facile entusiasmo, ai piedi delle scale che portano in Tevere la respiri («Va benissimo così: vinciamo il più possibile da qui a marzo, senza montarci la testa»). Si sogna, ovvio. Ma con la giusta moderazione («Istanbul la voglio; lo scudetto è troppo complicato»). Si guarda la realtà per quello che è («In Coppa possiamo farcela, perché gli avversari sono alla tua portata; in Campionato ce ne hai davanti almeno tre che sono più forti»). Però, se poi, alle sette meno un quarto di un giorno che fa freddo come soltanto alla Capanna Regina Margherita, siamo presenti in sessantamila, il sospetto che ci si creda, più o meno diffusamente, viene («C’è voglia di spingerli a vincere, perché si può fare anche già da quest’anno»). Insomma, questa rivoluzione copernicana ha portato a cambiare i fattori, rendendoci più fermi e meno imprudenti. Ma il risultato, alla fine, è sempre lo stesso: ci crediamo; possiamo farcela. È con questo mood che prendiamo, peraltro benissimo, la notizia che Dybala ci sia («È troppo importante»), che Cristante riposi («Sto a pensà a quelli che lo volevano venne…»), che Pellegrini ritrovi la fascia («Io spero tanto che rinnovi subito»). Ovviamente, pronti via e questi, dal nome impossibile anche soltanto da pronunciare, fanno subito capire a tutta la Tevere perché siano primi: giocano davvero in trenta metri, e stanno stretti che sembrano legati da un elastico («Mi sembrano il primo Milan di Sacchi»). 

«Bravo mister»

Ma la Roma palleggia, corre e verticalizza («Una metamorfosi: Gasperini è stato bravissimo») anche se la sensazione diffusa è che sia ancora un cantiere aperto («Secondo me non hanno ancora assorbito tutto: si vede che stanno ancora mettendo in pratica e che non l’hanno pienamente digerito»). Ed è questo che entusiasma, perché se giochiamo così bene a novembre, se siamo primi e se dovessimo andare avanti in Europa, «chissà, poi, magari dopo qualche innesto a gennaio». Ovviamente, il dubbio che alberga, passati una manciata di minuti, è come si possa continuare a giocare sempre con il tridente leggero («Io me la sogno una punta come Zapata del tempo, che fa salire la squadra»). Ma il dubbio lascia spazio ad altro non appena il secondo El si inventa un gol che solo se sai veramente giocare a pallone puoi fare («La facilità… ma tu hai visto la facilità???»). Ma in quel momento, passato l’attimo degli abbracci e baci, il pensiero corre subito alla Coppa d’Africa. Ma non perché si pensi di vincere, quest’anno, con questa Roma, anche quella, ma perché il secondo El, insieme a Ndicka, lo saluteremo ben prima di Natale con il rischio di rivederlo a fine gennaio. Lì parte un’intemerata che si spinge fino all’impensabile («La Coppa d’Africa dovrebbero giocarla a giugno, come gli Europei»; «Ma a giugno come fai! In Africa fa troppo caldo!»; «Dici?») ma che lascia intendere come la preoccupazione che questo ingranaggio, costruito da Gasperini e che, piano piano, sembra davvero prendere sempre più forma, possa incepparsi. Perché quello che senti, a pelle, è che ci sia davvero troppa voglia di tornare ad esserci per provare a vincere con la consapevolezza di poterlo fare. Perché Tirana ed il giorno dopo Tirana li ricordiamo tuttiPensa semmai fosse anche quest’anno»); perché Budapest, pure («Se ci penso, non prendo sonno»); perché tutti Campionati buttati quando eravamo lì, e bastava allungare una mano, anche («Gli abbiamo persi sempre convinti che gli avremmo rivinti l’anno dopo, ed è questo che fa più male, a ripensarci»). Ma il diavolo fa solo le pentole, si sa. E quando Koné viene strapazzato, ci prova, ma non riesce, lo sguardo di tutti è rivolto all’arbitro, che questa partita sembra non tenerla in pugno, lasciando che quelli dal nome impossibile entrino a spazzare tutto quello che si trovano davanti senza paura di conseguenze («Ma li voj ammonì?!?!»). Allora c’è chi invoca di fare uscire Dybala, Pellegrini e Soulè «prima che je facciano male» e c’è chi si domanda se in panchina ci sia «qualcuno che entra e se fa sentì». La preoccupazione si posta, tutta, a quel punto, sull’incolumità fisica. Anche perché, finito il primo tempo, la partita l’abbiamo fatta noi. Si butta uno sguardo alla classifica europea, ed i tre punti ci mettono in sicurezza. Quindi, adesso, «pensiamo a fare passare sto secondo tempo senza patemi» perché c’è da pensare al Napoli («Sarebbe meraviglioso: prova a pensarci»). E ci pensa, va da sé, Gasperini, che azzecca ancora quello che c’è da fare e, in quarantacinque minuti giocati non benissimo, in cui perdiamo un po’ di campo («Siamo un po’ calati: strano») ed in cui Svilar fa Svilar («Io mi domando come si possa riuscire a trattenerlo a giugno»), mette in campo Elsha e Bailey, che confezionano il gol che fa pensare a tutti che finalmente «basta cò ‘sto freddo e annamosene a casa». 

Timori e sicurezze

E, invece, no: ci pensa Wesley, e gli ultimi minuti sono con la paura ed il disappunto per quel pallone di Elsha che «lui queste cose le sa fare». Ce ne andiamo, quindi, più consapevoli che felici. Non ci diciamo nulla, perché nulla c’è da dire. Semplicemente, andiamo avanti ed avanti guardiamo. Ma con una specie di sorriso, che, sotto sotto, lo vedi. E ce ne andiamo, però, con un grande dilemma, forse irrisolvibile, che si è insinuato nelle menti di tutti da quasi una settimana: il pallone rosso, in Campionato, che in televisione fatichi a vederlo. Perché?

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