Riuscirci è un onore di pochi, recitava un motto nato alcuni decenni fa per accompagnarci nel nostro personalissimo cammino seguendo la Roma. L'abbiamo visto in tanti, soprattutto i nati negli Anni 90, campeggiare sulle sciarpe che penzolanti accarezzavano l'asfalto di Ponte Amedeo Duca D'Aosta. Molti quella sciarpa la custodiscono gelosamente in qualche cassetto, fisico quanto dell'anima, ripensando magari alla loro "prima volta" o ridendoci su ricordandola nelle mani di un Fabio Junior qualunque in una delle tante, troppe presentazioni in pompa magna nate sotto un segno sbagliato.

Si dice da decenni che tifare sia un dovere di tutti, lo è o almeno così dovrebbe essere. Riuscirci però è un concetto quasi scomodo di questi tempi, tra un mondo del tifo in continua e inesorabile evoluzione, vittima delle piaghe di social capaci di accomunare tutti e appiattire tutto, e un leitmotiv sulla difficoltà dell'ambiente a dir poco stucchevole. Per evitare di utilizzare parole che, come fiumi in piena, sono scese copiose nel pomeriggio di domenica. L'ennesimo in cui i "fortunati" presenti hanno assistito a qualcosa che raramente si è visto da queste parti. Perché è sbagliato assecondare le voci di chi «non ha mai visto una Roma così» o ancor peggio pensa di «aver toccato il punto più basso». Non lo è, il più basso, di certo, però è uno dei più contorti e dolorosi nella sua folle stravaganza. Poche volte, o forse mai, ma dei "sempre" e dei "mai" a volte è meglio evitar celebrazioni spicciole, un romanista è stato alle prese con la delusione nel vedere una Roma forte sulla carta, o almeno non così malvagia per spesa e costi gestionali, derisa a più riprese da chicchessia.

Perché gli Olsen, i Santon, i Nzonzi e gli Schick non saranno agli occhi giallorossi i Konsel, i Cafu, i Pizarro o i Balbo, ma qui - da agosto - sembrano esser diventati "ingiocabili" anche gli Schiattarella e i Fares, i Santander e gli Stepinski. Ecco cos'è un punto basso, ma molto basso: assistere da tifosi a una continua caduta negli Inferi dell'anima, sapendo di doversi confrontare a muso duro con una realtà ben diversa da aspettative, spese e sogni di gloria. Individuare le colpe è un piacere di tutti, masochistico o beffardo che sia il movente, riuscirci è un dovere. Per la Roma e per tutti quei romanisti a cui è stato levato il gusto di farsi domande, di cercare risposte: ma non quello di soffrire per lei. Perché in tanti, o forse bisognerebbe dire pochi rispetto ai numeri cittadini, hanno trascorso l'ennesimo pomeriggio cercando una via di fuga per il dolore.

In amore, però, a volte vince chi resta: che sia rimanere increduli su un divano a osservare l'inesorabile e lento scorrere del tempo che quando le cose vanno male, maledetto lui come decelera. Che sia stato il restare su quei gradoni semisoleggiati specchiandosi negli occhi di altri: sguardi spenti, tristi, rassegnati. Questa è la colpa superiore, non quella di aver tolto l'amore ma di averlo tradito, ferito, lacerato in un turbinio che solo il tempo saprà curare. Passerà anche questa stagione, ma farà molto male a chi lunedì mattina si è alzato per acquistare un biglietto per la lontana Genova che oggi sembra assumere le sembianze dell'ennesima serata sbagliata di una stagione sbagliata. Riuscirci vuol dire pensare a stasera: esserci contro la Fiorentina e organizzare la trasferta di sabato. Ma non solo, riuscirci vale anche per chi non può ma resiste davanti a uno schermo che a volte si avrebbe voglia e desiderio di lanciarlo contro una parete.
Si muore per un'idea, almeno così musicò Georges Brassens prima che Fabrizio De André decidesse di tradurlo per tanti. Si muore di morte lenta per l'Idea, rimanendo fedelmente al suo fianco. Individuare le colpe di questa stagione indimenticabile nella sua maligna stravaganza è un piacere di tutti, continuare a tifare la Roma, a starle vicina come fosse un figlio che ci fa penare e arrabbiare, è un onore di pochi. Pochissimi. La prova del nove è davanti a noi: nove partite, chiamatele così e vi preghiamo di non usar parole come "finali", per rispondere all'unica domanda che spetta e compete ad un tifoso.

Continuare a tifarla, a soffrire vedendo anche il peggior scempio, o lasciarla sola e stretta tra la morsa di chi non ha meritato e merita di rappresentarla da una parte e chi, dall'altra, non vedeva l'ora di assistere a questo pasticciaccio per dar vita ad una serie di vuoti slogan o ancor peggio alla lotta intestina tra pro e contro qualunque cosa. La Roma, l'Idea, non la squadra o una società piuttosto che un'altra, sta lì nel mezzo come una nave senza vele e in balia della peggior tempesta. Qualcuno lanci l'allarme se può a chi deve, cercando di trovare una soluzione per non farci pensare al passato con nostalgia e per regalarci almeno la serenità di un futuro migliore. Altri, anche pochi, le stiano accanto. A partire da oggi. Perché a volte e magari raramente in amore vince chi resta.
Chi fugge ha già vinto la sua personale corsa lasciandosi alle spalle il peso della colpa. La nostra, quella dei romanisti, è una sola: quella di tifare Roma. Nel bene e nel male, soprattutto nel momento più difficile.