Trentacinque partite ufficiali. Trentacinque formazioni diverse. Sarà perché nel calcio del terzo millennio gli impegni sono tanti e spesso ravvicinati? Sarà perché la rosa è larga ed è meglio non vedere facce tristi sedute in panchina? Sarà perché il turnover è uno dei nuovi comandamenti che bisogna rispettare? Sarà perché ogni avversario ha caratteristiche diverse? Sarà perché tra infortuni e squalifiche dare continuità a una squadra titolare è un'impresa d'altri tempi? Sarà quello che vi pare, ma sarà pure che non funziona. Almeno questo ci dice la Roma di quest'anno, trentacinque volte in campo con altrettante formazioni diverse, non riuscendo quasi mai a farci dire, ecco questa è la Roma titolare.
Uomini e moduli in questa stagione sono stati cambiati sempre, contribuendo a non garantire un'identità a una Roma che non ha mai dato il senso di una squadra con le idee chiare, con il filo conduttore di un gioco che potesse essere riconosciuto, con certezze che non sono mai state tali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, un disastro. Non può essere un'attenuante neppure il fatto che ci sono stati tantissimi infortuni, ma il fatto che siano stati in buona parte di natura muscolare, semmai si trasforma in un'aggravante che va ad arricchire il capo d'accusa di una Roma che non è mai stata riconoscibile, neppure nelle partite meglio giocate che in questa stagione si possono contare sulle dita di una mano.
Una volta si diceva che la conoscenza in campo tra i giocatori fosse imprescindibile per costruire una squadra in grado di esprimere le sue migliori qualità.

Con la Roma di quest'anno non si è mai verificato, neppure in parte. Perché se andiamo a rivedere tutte le formazioni che sono state mandate in campo, arriviamo a quattro giocatori che possono essere considerati titolari indiscutibili o quasi nel loro ruolo, al netto da infortuni e squalifiche. Ovvero: Olsen tra i pali, Manolas al centro della difesa, Kolarov sulla corsia sinistra, Dzeko centravanti. Tutto il resto è stato un valzer (spesso stonato) di scelte, cambiamenti di modulo anche nel corso della stessa partita, giocatori utilizzati in varie zone del campo. Un esempio su tutti e che prende in considerazione l'unica, vera, nota positiva di questa disgraziata stagione: Nicolò Zaniolo lo abbiamo ammirato e applaudito da trequartista centrale, esterno destro alto e pure intermedio in mezzo al campo.

È vero che la poliedricità può essere una qualità importante soprattutto in un talento giovane che così può completare le sue conoscenze, ma è altrettanto vero che tutto questo non contribuisce a creare quella chimica di squadra che è sempre alla base dei successi. Questa chimica nella seconda Roma difrancescana non c'è mai stata con un tourbillon di scelte che probabilmente non hanno contribuito alla serenità con cui si dovrebbe scendere in campo.
E poi, se la tesi difensiva per legittimare questi continui cambiamenti di formazione, è quella che bisogna sempre tenere conto delle caratteristiche degli avversari, rispondiamo che è una tesi che non sta in piedi per il semplice fatto che non ricordiamo una squadra vincente che abbia pensato prima a come gioca chi gli sta di fronte piuttosto che al suo di gioco. Risposta che dovrebbe essere ancora più vera nel caso di un tecnico come Di Francesco che, sue parole, vuole «sempre dominare». E allora di Roma ne scelga una di Roma. Sempre che abbia ancora il tempo di farlo.

Le 35 formazioni