La mia dipendenza da New York è nata nel 1997, quindi con trenta anni di ritardo rispetto a quella per la Roma. Nata prima, pure lei. Non avevo consultato il calendario prima di prenotare il mio (ottavo) viaggio nella "Grande Mela" ma poi, a pensarci bene, credo che sarebbe cambiato poco. Sono più i derby vissuti al cinema o in spiaggia senza radio e telefono che quelli visti in tv. L'ultimo allo stadio? Il 27 marzo 1977, 1-0 di Bruno Conti col pallone deformato in foto. E ho detto tutto.

Dunque, derby a Nyc a meno di 24 ore dall'atterraggio, decido di tornare al "Roma Club New York", che ho già apprezzato l'anno scorso per la partita col Chievo. Tre giorni prima avevo visto Juve-Roma nel gelo di Boston, confidando di stemperare il fattore campo dello Stadium da casa Pallotta. Niente, 1-0 Higuain e... amen. È un sabato mattina nuvoloso ma tiepido nell'East Village, asfalto in buone condizioni, tombini fumanti, insomma le condizioni ideali per "soffrire" il derby nel "RCNY ", che nel frattempo ha cambiato sede ed è sceso verso Union Square.

Sciarpa col giallorosso del Catanzaro al collo, l'ha cucita mia madre venti anni fa e il concetto di "pantone" (sistema catalogazione colori) non era così diffuso, mi avvicino al Club passando accanto a "Via della Pace", l'eccellente ristorante italiano covo degli "altri" a New York. Conosco il proprietario, li vedo sbandierare drappi biancocelesti ma non passo a salutare. Respect. Sotto la felpa, indosso la maglia di Francesco. L'ultima, quella zuppa di lacrime. Ce l'ho ma nessuno lo deve sapere. Ce l'ho e basta. Come accadeva in campo, sapevamo che Francesco c'era anche quando qualcuno se ne dimenticava.

Cronaca Newyorkese

Ore 11.56: squadre in campo, mi attendo una platea di newyorchesi romanizzati e trovo 70 belve testaccine trapiantate di qua dell'Atlantico. Oltre ovviamente a tanti turisti, come me. Ore 11.58: parte "Roma Roma". Davanti a me ho due signori di mezza età. Uno distinto con al collo sciarpa "Mortacci Vostra" e un altro con la maglia 17 di Riise. Segnali poco sinistri di terzini sinistri, che vanno colti. Ore 12.18: il "Roma Club New York" ricopre di applausi le giocate dei giallorossi: meno consensi, va detto, riscuote il telecronista di "Rai Italia". Al 19' inevitabile la sostituzione, si cambia canale, come da vecchio "Gufo Laziale ecc.": esce Capuano ed entra un Trevisani statunitense. E giù applausi. Un po' come a Pes che dopo 4 partite di Caressa gli preferisci piuttosto una telecronaca in ucraino.

Ore 12.31. Primo piano per Immobile a terra, si alza un "Arzetee!" a cui viene spontaneo associare un "A cornuto!" visto che manco il sangue c'hai fatto uscì, oggi. Comunque sì, confermato, la platea è capitolina. Ore 12.48. Intervallo. Soddisfazione per una bella Roma. Rammarico per lo 0-0. Sono a New York con un mio amico varesino e milanista, Manuel. A ogni tavolo viene distribuito un sottobicchiere con un numero diverso da 46 a 90. A noi arriva il 49. Se la Roma segna in quel minuto, il nostro tavolo vince una birra. Ore 13.04, mi distraggo un secondo... boato. Rigore. Seguono istanti di relativa serenità, provo a guardare altrove ma il "RCNY  "è ricoperto di televisioni 500 pollici con Roma-Lazio. Guardo in faccia Manuel, deciso, e lui mi fa: «Che poi tecnicamente il rigore è fischiato al 48' ma se segna è al 49', quindi la birra va a noi».

Amicizia seriamente compromessa. Ci pensa Diego a salvarla. 1-0. Ore 13.08. Al raddoppio di Nainggolan non si capisce più niente, il mio "fish and chips" viene rinvenuto tre tavoli più avanti al 78'. Il network locale spara la grafica della classifica con la Roma sopra alla Lazio e a ridosso del Napoli. Quanta poca sensibilità, quanta mancanza di rispetto per un popolo che nella storia è stato fregato per molto meno. "Levalaaaaaa", la richiesta dalle retrovie. Ore 13.25: un poco "newiorchese" - "te pareva" - saluta il gol di Immobile, a cui vengono indirizzati blandi ma perentori riferimenti alle proprie origini partenopee. Ore 13.28: dal nulla si palesa accanto a me un tipo sulla cinquantina con occhiali da sole e tuta "Pouchain", l'autentico Mvp del derby. Mi confessa che non regge la tensione, fa la spola tra il nostro tavolo e il bagno. Da dove esce ogni 4-5 minuti per chiedere informazioni e commentare l'accaduto, pur non avendo visto nulla. «Ma come j'ha dato rigore? Era de spalla», «Sei minuti de recupero? Ma allora è 'n delinquente». Tutto immaginato, niente visto. Genio. Ore 13.46: l'idillio col Trevisani di Nyc si interrompe al minuto 93'. Roma-Lazio diventa un quadratino minuscolo in basso a destra, a tutto schermo l'arrivo di Cristiano Ronaldo al Bernabeu. Con la Lazio che butta dentro palloni. Quelli con 10/10 decimi improvvisano una telecronaca per i meno fortunati. «L'ha toccata per ultimo Immobile, non è angolo». Applausi, uno la butta là "Rimetti la Rai"…

Ore 13.49 Finita. Parte "Grazie Roma" e la canto pure io, che di solito mi vergogno. Il tipo della "Pouchain" pontifica su come Di Francesco gliel'abbia incartata pur avendo visto 8 minuti su 90, io abbraccio tutti meno uno, Manuel. Che al minuto 94', calcio d'angolo della Lazio, mi fa sottovoce: «Certo che un gol adesso sarebbe proprio una beffa…». Fine. Dell'amicizia e del racconto. Perché poi esco per New York, piove ma benedico tutta l'acqua che prendo. Tanto a pelle ho la maglia di Francesco, che fa tanto supereroe. La Grande Mela la vedo tutta giallorossa e il consueto concerto dei tassisti sulla Fifth Avenue mi fa tanto carosello a viale Marconi. Quindi rispondo a tutti. "Grande Radja", "Sì, 2-1,daje". Quindi Grazie Roma. Perché New York quando scoppi di felicità sa essere ancora più bella, pure con la pioggia. E poi è un attimo che il giallorosso sbocci ovunque!