Prima, durante e dopo

Tirana, tre giorni in uno: visioni di un trionfo

Dall’aereo al ristorante, l’attesa, la città trepidante, gli amici della fan zone, il nostro libro antiscaramanzia e mezza Roma in volo sull’Olimpico

L'arrivo a Tirana

L'arrivo a Tirana

Gabriele Fasan
25 Giugno 2022 - 18:36

Ho tante immagini di Tirana, tra il 24 e il 26 maggio scorso, e non posso sceglierne una sola. Non sarebbe neanche giusto, perché in effetti questi tre giorni del calendario 2022 non si possono scindere l'uno dall'altro. L'immagine, semmai, è proprio Tirana, una città dove, prima della designazione come sede della finale di Conference League, difficilmente avrei scelto di passare un weekend di vacanza e che nominavo solo quando cantavo, tante volte, una canzone di Battiato che la citava. Voglio vederti danzare. Ed è andata così, abbiamo danzato, ma ce lo sentivamo e non lo nascondiamo.

Ma Tirana, esperienza professionale senza dubbio da podio, il giorno prima è soprattutto quell'abbraccio con Tonino a Fiumicino: «Siamo sullo stesso volo, ma ci vediamo lì», è la voglia di andare e la tensione di andare a fare bene, la partita che giocherai senza giocare, il tuo lavoro. È la fila al check-in con Daniele che già "smanetta" col computer sulle gambe come un quindicenne, sono i papà coi figli sull'aereo "Federica Pellegrini" che ci ha portati in Albania e quella porta di calcio con i loghi della finale disegnata all'ingresso del terminal come accoglienza all'aeroporto. È la moltitudine di olandesi, tutti ordinati in attesa dei controlli dopo l'atterraggio, divisi da noi da una sola transenna. È la fila per la sim albanese per combattere il caro-prezzi dei gestori in roaming e una sorridente e paziente ragazza albanese che mi spiega l'offerta, mentre i miei occhi dicevano: «Va bene tutto, attivala, devo mandare le foto al giornale». O il nostro autista che ci conferma che la Roma giocherà in casa e che lui, milanista, starà dalla nostra parte.
Tirana è silenziosa ma trepidante alla vigilia della gara. Si avverte l'evento nelle strade, non solo per festoni - a Mourinho hanno addirittura dedicato uno striscione sul palazzo dell'Università - e indicazioni stradali.

Il nostro albergo, a poche centinaia di metri dallo stadio, ha l'ascensore panoramico che mostra soprattutto il sole sui tetti dei palazzi in costruzione della nostra vita. Non c'è tempo di fermarsi, è ora di pranzo e con qualche collega ci rilassiamo un'ora circa dall'Artigiano. Niente male. Poi cercheremo la fan zone e andremo in conferenza, o viceversa. Mourinho, Mancini e Pellegrini parlano in una sala stampa gremita e accaldata, l'Arena Kombëtare è un impianto avveniristico e fa godere il calcio, ma ha la tribuna stampa messa davvero in una posizione infelice: si estende dalla bandierina del calcio d'angolo al vertice dell'area di rigore della zona nord dello stadio, che ospita i tifosi olandesi. E a proposito, lo confesso, il primo pensiero lucido, arrivato a seguito di innumerevoli frame estatici, dopo il fischio finale di Roma-Feyenoord è stato per quel tifoso olandese poco sopra la cinquantina che dal 24 al 25 maggio pomeriggio compresi ogni tanto veniva a urlare, con la maglia da gioco, nelle orecchie mie e di Daniele mentre lavoravamo nella hall in hotel. Un coro provocatorio a tutto volume. Sì, Daniele due parole gliele ha dette, ma non credo che le abbia capite. Noi lavoravamo al giornale e al libro "Il mio nome scintillerà", redatto a tempo di record e senza considerare la pur minima scaramanzia. Ce lo sentivamo.

Tirana è la cena della vigilia, con i colleghi tutti chiusi nello stesso locale, di nuovo il mitico Artigiano, mentre a pochi metri da noi, nella strada accanto, un ragazzo albanese viene ferito da alcuni olandesi alticci. Cristina e Daniele provano anche a fare il loro lavoro e escono col telefonino: sirene e ambulanze, ma neanche troppe, tutto sembra ripristinato in pochi istanti, per fortuna. Almeno dove siamo noi, perché altrove la questione è accesa. Si teme il peggio e invece il giorno dopo il risveglio è sereno (cioè, un par de palle, ma solo per motivi sportivi). La città è divisa ancora meglio in due, la fan zone della Roma accoglie sotto un grande sole i tifosi prima del corteo che porterà nella curva Sud dell'Arena Kombëtare.

Al pranzo del giorno della partita arriva Fabrizio, che ha descritto in un altro articolo del giornale la serata della partita e la partita, con dovizia di particolari. Lo accogliamo in un altro ristorante stavolta, tra inni della Roma e musica italiana Anni 80. Siamo lì con Daniele e altri colleghi. Quelli della chat che prima si chiamava Leicester, poi ha cambiato nome in Tirana e poi, grazie a qualche burlone, è diventata Budapest: chi vo' capi' capisce. In fondo chi è che oggigiorno non ha nel suo telefono una chat "Tirana"? E quanti amici, lettori, ascoltatori abbiamo incontrato a Tirana? C'era mezza Roma in Albania quel giorno che ne è durati tre sul calendario. La gente che fa la storia, che "a spinta" è stata rimessa sull'aereo preso al volo come un autobus notturno. Il tempo di volare ancora, ma stavolta in aereo, e ammirare l'Olimpico ancora illuminato prima di atterrare, prima che tra due minuti è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore.

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