nella notte del trionfo

Roma-Feyenoord, una foto che resterà indelebile per sempre

Non avevo immortalato il 15 maggio 1983, né tantomeno il 17 giugno 2001. Ma stavolta, in festa sul prato dell’Olimpico, ho chiamato mio figlio e ho scattato

Uno scatto del cielo sopra all'Olimpico prima di Roma-Feyenoord

Uno scatto del cielo sopra all'Olimpico prima di Roma-Feyenoord

Marco Lagreca
29 Maggio 2022 - 09:36

Mica ce l'avevo io una foto di quel 17 maggio 1980; del mio fraterno amico Lorenzo, laziale seduto sul divano di casa mia, che gufa mentre la Roma va ai rigori contro il Torino, nella finale di Coppa Italia. E gode, quando sembra proprio che la Roma stia per perderla, quella finale; poi invece si mette paura, quando Franco Tancredi sale in cattedra, para tutto quello che c'è da parare, poi corre, corre, corre verso la Tevere, perché dopo 11 anni dall'ultima coppa, siamo tornati a vincere qualcosa.

Una coppetta, dicono. Un "Porta ombrelli", la definiscono. E mi viene da pensare proprio a quella "coppetta", mentre mi preparo per andare a vedere la finale all'Olimpico. Rito propiziatorio per scacciare i fantasmi di altri maxi-schermi. Perché il 30 maggio 1984, fatidica data del maledetto Roma-Liverpool, ero a casa, mica allo stadio, e nemmeno davanti a un maxi-schermo. Per cui adesso un maxi-schermo allo stadio a me pare possa persino portare bene.

Decido di indossare la maglia che replica quella della finale vinta grazie a Franco Tancredi. Bianca, con una riga gialla, una arancione e una rossa, sulla sinistra il lupo disegnato da Gratton. La maglietta con cui vincemmo la finale. Che poi, sapete, tre anni fa, io ho l'ho persino conosciuto, Tancredi. Ci ho pranzato insieme, parlato e da allora mi piace chiamarlo semplicemente Franco. Fu proprio Franco a spiegarmi, in quel pranzo per me memorabile, che la chiave per diventare una grande squadra è cominciare a vincere. Sì, è proprio il caso di indossare questa maglia, decido alzando lo sguardo verso due foto che espongo in salone, nella libreria principale: in una siamo mia moglie ed io, il giorno del matrimonio; nell'altra Franco ed io, il giorno di quel pranzo.

Mica ce l'avevo io, insomma, una foto di quel magico pomeriggio. Ho solo un tatuaggio sul cuore. Un ricordo in bianco e nero, ma pieno di colori. Forse è per questo se allo stadio, mentre guardiamo tutti la partita sul maxi-schermo, mi metto di punta a non fare foto. Ne scatto solo una, a un certo punto, per fotografare il cielo, che ha tutto dentro di sé. Prevale il sereno, ma si affacciano anche delle nuvole che minacciano una possibile pioggia. Nuvole e bandiere. Perché tutto può accadere, stasera.

Durante la partita, invece, non filmo e non fotografo niente. Né cori, né canti, né altro. Tengo duro fino alla fine, quando esplodiamo, perché la coppa è arrivata. Erano quattordici anni che non accadeva. Sessantuno dall'ultima coppa europea. Al fischio finale esultiamo e ci abbracciamo come pazzi. Ci scriviamo con mia moglie e mia figlia, che sono a casa. Poi a un certo punto aprono i cancelli, si può andare sul campo. Mi ricordo che il 15 maggio 1983, per un altro Roma-Torino, quello del secondo Scudetto, ero allo stadio. Pure allora scendemmo sul campo, con mio fratello, ovviamente quando aprirono i cancelli, perché prima di un uomo sono stato un ragazzo assennato. E mica ce l'ho una foto neanche di quel momento.

Lo stesso il 17 giugno 2001, il giorno del terzo Scudetto, contro il Parma. Ero allo stadio, guardai la partita dai Distinti, come oggi. Però poi ti viene il dubbio: è stato un sogno oppure ho vissuto veramente quei momenti? È per questo, forse, che una foto, infine, me la sono fatta. È stato quando eravamo sul campo, ho preso il mio smartphone e girato la fotocamera in modalità selfie; ho chiamato mio figlio, che si è avvicinato e poco prima che scattassi mi ha dato un bacio sulla guancia.
Ora io ce l'ho. Una foto che se pure non ce l'avessi, sarebbe tatuata sul cuore. In bianco e nero e piena di colori. Ma così, ogni tanto, me la posso andare a rivedere. Per essere sicuro che non ho sognato.

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