Domenica 11 aprile, allo Stadio Olimpico, fa freddo. Altro che primavera romana, sembra di essere a febbraio: quando da Monte Mario scende giù il vento, hai voglia a coprirti, il freddo riesce comunque a penetrarti nelle ossa. Ma quel giorno, nonostante la temperatura invernale, buona parte degli spettatori è in fiamme fin dai primissimi minuti di gioco. Arde di una gioia attesa troppo, troppo a lungo, un'attesa che non dovrebbe esistere mai, ma che di tanto in tanto si palesa. Forse serve solo a ricordarti quanto è bello batterli, quant'è bello ricordare loro la nostra superiorità, sancita non solo dai risultati – che comunque ci danno ragione -, ma anche e soprattutto dal nostro nome e dai nostri colori. Una superiorità che è persino superfluo ribadire, ma che di tanto in tanto va ricordata loro. Per evitare che si esaltino, che dimentichino la realtà dei fatti e alzino troppo la cresta. A dire la verità l'hanno già alzata parecchio, in quel periodo. Perciò c'è bisogno di fargliela abbassare, di farli tornare con i piedi per terra. I pronostici sono tutti per loro, per gli altri. E questo, in una partita del genere, non sempre è uno svantaggio, anzi... Avrebbero dovuto passeggiare anche il 27 novembre del 1994, quello che finì con Giannini sotto la Sud che fa mostra di pollice, indice e medio. L'11 aprile 1999 loro sono primi in classifica, quattro punti di vantaggio sul Milan che nel pomeriggio ha vinto con il Parma. Sembra che tutto stia andando per il verso giusto, per gli altri. Sembra... E il loro avvio baldanzoso pare confermarlo. Ma al tredicesimo minuto li gela Delvecchio, sempre lui: il loro Uomo Nero, la loro kryptonite, il loro incubo più grande in quegli anni che vanno dal 1997 al 2003. Il lancio in verticale di Totti prende in controtempo la difesa della Lazio: SuperMarco si fionda sul pallone, dall'altra parte si invola Gautieri. Mihajlovic e Nesta vanno nel pallone, non sanno più a che santo votarsi. Il numero 24 fa la su afinta. La solita,quella a rientrare. Quella che negli anni ha mandato in bambola tutti quelli in maglia diversa. Il difensore serbo cerca di metterci la gamba, ma Delvecchio passa e scaglia un sinistro inaspettato, un missile, un tracciante che sembra coprire la distanza tra i sogni e la realtà. Anticipa di un millesimo di secondo la scivolata disperata di Nesta, quel tiro, e si infila sotto la traversa. È un tiro perfetto, che ti aspetteresti da un Batistuta, invece parte dal piede di Marco Delvecchio: Marchegiani tenta di metterci le mani, ma è puro istinto, il pallone neanche lo vede in realtà.

Siamo avanti e lo stadio è una bolgia. Dei settantacinquemila presenti, più di due terzi sono dalla parte del Bene, e si fanno sentire. I cori alzati dalla Sud sembrano voler raggiungere il cielo, tanto sono intensi e celestiali. Sembrano voler accendere ancor di più le stelle. E il bello deve ancora venire. Sul finire del primo tempo, la Roma di Zeman guadagna un corner sulla sinistra. Totti, che quella sera è in una di quelle giornate che i tifosi giallorossi stanno imparando a riconoscere fin dai primi minuti – quelle in cui non ce n'è per nessuno, in cui qualsiasi cosa un difensore faccia non riuscirà a fermarlo -, batte corto per Di Francesco. Totti per Di Francesco, un bel pezzo di storia recente della Roma. Il numero 11 gli restituisce il pallone e il Capitano mette in mezzo un cross tagliato. Forse troppo tagliato, sembra destinato a sfilare sul fondo. Invece no, perché ci si avventa di nuovo lui, il loro incubo, quello che per anni li costringerà a dormire con la luce accesa, che tormenterà i loro sonni insieme a Da Costa, Montella, Volk e Totti stesso. In spaccata, stavolta, da bomber vero. Nesta lo tira per la maglia, ma Nesta con Delvecchio riesce sempre a fare la scelta sbagliata. Scivolata a due passi dalla linea e palla dentro. Tutto facile, tutto perfetto, tutto come deve andare.

Nella ripresa gli animi si surriscaldano: Delvecchio, indemoniato, viene steso in area da Nesta, ormai totalmente incapace di intendere e di volere, ma l'arbitro sorvola. Paulo Sergio, appena entrato, e Mihajlovic non se le mandano a dire: stavolta il direttore di gara non è altrettanto magnanimo e sventola loro in faccia il cartellino rosso. Quando mancano poco più di dieci minuti, gli altri riaprono la partita con Vieri. Per un attimo nella mente dei tifosi giallorossi si fa largo l'ipotesi di una beffa. Vuoi vedere che questi finisce che pareggiano? Per qualche minuto tutti, sia i presenti allo stadio, sia chi la sta guardando da casa, sia chi la sta ascoltando alla radio, temono che la vittoria possa sfumare di nuovo. No, stavolta no. Stavolta le cose sono destinate ad andare in maniera diversa, che poi è la maniera giusta. Nesta stende Di Francesco lanciato in contropiede e stavolta l'espulsione arriva. L'Olimpico trema, ora nessuno sente più il freddo pungente di quella sera d'inizio primavera. Almeno fino al novantesimo, quando i laziali saranno sprofondati nel gelo da Alenitchev. C'è un pizzico di gloria anche per lui, probabilmente a suo agio in quel clima così poco italiano: forse il russo si sente a casa. Se ne va in mezzo a tre, con un tunnel evita Lombardo, quindi si schianta contro Marchegiani. La palla arriva a Totti che calcia. Respinta di Negro, Paoletto nostro, sempre sia lodato nei secoli dei secoli amen. Il Capitano controlla la palla. Forse di pancia, forse di braccio, forse di quello che vi pare, ma la butta dentro. Questo è l'importante: che la butti dentro. È la liberazione, è l'apoteosi. "Vi ho purgato ancora!", c'è scritto sulla maglietta grigia che Francesco indossa sotto la sua seconda pelle. Vi ha purgato ancora e non sa – nessuno di noi lo sa, all'epoca – che lo farà altre nove volte dopo quella. Come ti sbagli? Polemiche, ma è goliardia, questa sì. La settimana dopo, loro perderanno anche con la Juve. E alla penultima di campionato sarà Batistuta, futuro giallorosso, a mettere una pietra tombale sui loro sogni di gloria. Lo Scudetto lo vince il Milan, ma le loro speranze si erano già spente l'11 aprile. Un giorno freddissimo in cui Roma bruciò di gioia.