Primavera del duemila. Fabio Capello e Franco Baldini discutevano tutti i giorni dell'attaccante da prendere per la Roma da scudetto. Van Nistelrooij era il preferito. Si era a un passo dall'acquistarlo, poi l'olandese si ruppe il crociato (e come ti sbagli), addio orange. Si passò a prendere in esame un Ibrahimovic ancora baby. Giocava nel Malmoe, mezza Europa lo voleva. Baldini lo sponsorizzava, Capello lo frenava. Don Fabio diceva, «ha grandi qualità ma segna poco». Roba che all'epoca era pure vera. Baldini controbatteva, «sì, ma non c'è nessun motivo perché nel prossimo futuro di gol non ne faccia a vagonate». Il risultato fu che la Roma andò a prendere Batistuta e fu un grande successo, Ibra andò all'Ajax per poi spiccare il volo a suon di gol.
Direte: ma perché tutto ‘sto pippone? Perché ci sembravo giusto per supportare una visione che abbiamo della Roma di oggi, domani e dopodomani. Una visione legata soprattutto agli attaccanti, ai gol che poi, sarà pure banale dirlo, sono quelli che ti fanno vincere prima le partite e di conseguenza i trofei. Ecco, se dovessimo individuare l'aspetto ottimistico della Roma del prossimo futuro, la nostra risposta sarebbe proprio il reparto offensivo. Per una questione di qualità, età, potenzialità. Tutte cose che, anche se a corrente alternata, le attuali punte romaniste ci hanno fatto già vedere in questa prima metà della stagione.
Ci sono un po' di numeri a confortarci in questa visione. Intanto la Roma di Mourinho è stata la squadra che ha segnato più gol in Conference League. Ventitrè in otto gare disputate (giallorossi sempre a segno), comprese le due del preliminare. La media dice poco meno di tre reti ogni novanta minuti. La media si riduce a due sommando i gol realizzati in campionato, trentuno (ottavo attacco del torneo) nelle diciannove gare del girone d'andata (in quattro occasioni i giallorossi non hanno segnato, Juventus, Napoli, Bologna e Inter).
Sono numeri non straordinari, ma che se avete la nostra stessa visione, possono assumere contorni assai più ottimistici. Soprattutto se si vanno a prendere in considerazione i giocatori che compongono il reparto offensivo a disposizione di Josè Mourinho. Cioè tutti o quasi ragazzi con margini di miglioramento enormi: Abraham, Shomurodov, Zaniolo, Felix, El Shaarawy, Carles Perez. Il più anziano è il Faraone (ventinove anni), il più giovane Felix (18), poi Shomurodov (26), Zaniolo (22), Abraham (24), Carles Perez (23). Sommando le date di nascita, la media è di poco più di ventitrè anni e mezzo. E questo vuole dire che il futuro è nei loro piedi.
Prendiamo l'inglese arrivato dal Chelsea in cambio di una quarantina di milioni più cinque di bonus. Anche chi non conosce a fondo il calcio, sa bene come per uno straniero i primi mesi in Italia possano presentare problemi d'ambientamento con i quali bisogna saper convivere per poi far vedere le reali qualità. Abraham li sta superando, ha segnato fin qui dodici reti (sei in campionato e altrettante in Europa), ha rotto tutti o quasi i pali delle porte che si è trovato di fronte, ha dato sempre l'impressione di poter essere molto di più di quello che ci ha fatto vedere, cioè il centravanti in grado di mettersi sulle spalle una squadra e portarla a vincere. La stessa impressione, confortata anche da un passato antico un paio di anni, continua a darla Nicolò Zaniolo. E' vero, in questa stagione ha realizzato appena tre reti, una in campionato, ma come per Ibra di qualche anno fa, non c'è davvero nessun motivo perché in un prossimo futuro non metta insieme reti a due cifre. Ha tutto per riuscirci, ha solo bisogno di ritrovare fino in fondo la fiducia in se stesso e poi ci sarà da divertirsi.
E che dire del baby Felix? Gli sono state sufficienti poche partite, e pure quei due meravigliosi gol al Genoa, per presentarsi nel calcio dei grandi come un prospetto su cui puntare e credere. Così come in Shomurodov, un po' più grande d'età, ma ancora giovane per il calcio che conta. Insomma, i gol del presente e del futuro sono già qui. E' solo questione di tempo.