Ha esordito in Serie A contro la Roma, la squadra che suo padre, quando il cuore pulsante e capitano era Giacomino Losi, gli aveva insegnato a seguire da bambino sugli spalti dell'Olimpico. Con lui in campo, da avversario, la Roma festeggiò il suo secondo scudetto. Claudio Onofri, classe '52, se lo devi associare a una squadra lo associ al Genoa, eppure la Roma in qualche modo ha accompagnato il suo destino. Non soltanto perché nella città Eterna è nato, ma anche perché il calcio spesso riporta le cose al proprio posto, come quando a Marassi l'8 maggio 1983, in fondo anche il "piccolo" Claudio si era immaginato tra quelli dell'invasione per abbracciare Liedholm in panchina dopo quella cavalcata trionfale: «Tifavo per la Roma, non ci ho mai giocato perché ci trasferimmo che ero bambino in Piemonte coi miei e ho iniziato al Nord la mia carriera, nel Torino. L'ho continuata a seguire da tifoso, il caso ha voluto che la mia prima in A fosse proprio contro i giallorossi nel '76 a Marassi: finì 2-2. Poi quell'8 maggio fu una giornata di festa per tutti, il Barone lo conobbi fisicamente in quella circostanza, andammo a congratularci negli spogliatoi a fine gara. Quella partita non poteva finire in un'altra maniera - ricorda Onofri - con un pareggio sarebbe stata la gioia di due tifoserie e di due squadre. E fu così... Con Dibba (Agostino Di Bartomei, ndr) c'era grande rispetto tra capitani. Anche se ci mise quel rompiscatole di Pruzzo a complicare le cose con un gol pazzesco di testa, ma poi pareggiò Fiorini. Col bomber ho bellissimi ricordi di quando era al Genoa, era giovane ma già si vedeva che era un fenomeno, aveva fatto un'annata ottima in B. Saltava come un grillo e io che di testa non ero fortissimo lo soffrivo in allenamento e gli dicevo: "Come cavolo fai a saltare così in alto, sei la metà di me..."».
Difensore prima, talent scout e allenatore poi, opinionista infine. Da 46 anni vive a Genova, all'ombra della Lanterna, e del pianeta rossoblù conosce vita, morte e miracoli. Ora di vita il Genoa ne sta per iniziare un'altra. Dopo diciotto anni di gestione Preziosi il Grifone è passato di mano alla proprietà Usa 777.

Che aria si respira a Genova?
«L'idea che i nuovi proprietari hanno trasmesso è quella di un progetto sensato, con delle idee chiare di fondo. Nelle varie conferenze stampa, di cui l'ultima molto efficace per la presentazione di Shevchenko, abbiamo avuto un'ottima impressione. L'investimento non è a breve termine, come può accadere con un fondo, che se le cose non vanno bene si dismette. Poi, ovviamente al momento siamo in luna di miele, c'è molto credito e un entusiasmo che non c'era da tempo. Zangrillo presidente? È il medico di Berlusconi e di Preziosi, lui era molto amico di Pippo Spagnolo, capo storico della Nord. Insieme a lui e con Zangrillo andammo a vedere il Genoa in C. È un nome ed è un uomo che rappresenta il Genoa fino al collo. Ma Berlusconi e Preziosi con questo business ovviamente non hanno niente a che vedere».

Cosa rappresenta in un momento del genere l'arrivo di una squadra come la Roma?
«Un'occasione, ma che arriva in un momento complicato. Una squadra più forte, che sta pagando dal punto di vista dei risultati, ma con un allenatore che sa caricarla specialmente nelle difficoltà. È un banco di prova enorme per una piccola squadra. La Roma deve stare attenta, troverà un ambiente caldo che in qualche modo è anche l'unica arma per poter competere contro una squadra superiore a te. Quando da giocatore entravo in campo a sondare le condizioni del terreno di gioco, gli avversari vedendo il Ferraris pieno e trepidante storcevano il naso e sentivano che sarebbe stata dura. Domenica sarà sicuramente una partita vera. Il Genoa ha un calendario tosto da qui a gennaio, deve far punti. Oltre alla Roma ci saranno Milan, Juventus, derby, Atalanta e Lazio. Poi si penserà al mercato e alla squadra che vorrà allestire Sheva».

Già, Shevchenko. Al di là del nome e del grande campione che è stato, come pensa che imposterà il suo Genoa?
«Innanzi tutto io credo che calciatore e allenatore siano due storie totalmente diverse. Si era fatto anche il nome di Pirlo, prima dell'ucraino, ma quello che è accaduto alla Juventus è un esempio di quello che penso e dico. Sheva ha fatto esperienze solo da selezionatore, e questo può rappresentare un livello di rischio. Una cosa è certa, come rovescio della medaglia: ha un ottimo staff che potrà supportarlo, da Tassotti a Nocentini, Bonomi, gente che sa lavorare sul campo tutti i giorni. Non so come vorrà impostare la squadra perché di solito ha lavorato col 4-3-3 e qui al momento per gli uomini che ha non ha modo di farlo con facilità. Per la gara con la Roma dovrà soprattutto badare a studiare delle contromisure e poi dovrà conoscere al meglio in questa settimana i suoi giocatori».

Come vede la Roma di Mourinho?
«Per anni ho pensato che non fosse l'allenatore che avrei preso se fossi stato un presidente, perché vede tutt'ora il gioco in maniera differente da come piace a me, è un tecnico che si adatta ai giocatori che ha e alle squadre avversarie, lo fa benissimo e con ottimi risultati, sia chiaro, e sono quelli che poi contano. Ma devo ammettere che mi sono appassionato tardi a lui, soprattutto dopo aver visto un'intervista che ha rilasciato a Sky, in occasione della sua laurea honoris causa. Parlava diverse lingue e parlava, e non solo di calcio, con una semplicità e una cultura incredibili. Può fare tutto, sono componenti che servono anche per fare l'allenatore. E poi il personaggio: quella corsa sotto la Sud dopo la vittoria col Sassuolo la può fare chiunque, ma se la fa lui è tutta un'altra cosa. Anche se gli anni passano anche per lui è decisamente adatto a Roma, ha il carisma giusto. Poi bisogna costruire la squadra, è vero che non ha moltissime scelte ma è un progetto in costruzione. I titolari della Roma sono da prime posizioni, poi alcuni elementi della rosa devono rendere di più, a partire da Abraham, che è un po' calato, ma è un giocatore impressionante e quindi ha grossi margini di miglioramento».

Quali sono i nuovi obiettivi del Genoa nel lungo periodo?
«Riportare il club ai livelli della sua storia originaria. Non si parla di scudetto o di Champions, ma si vuole alzare l'asticella per far tornare anche in Europa il Genoa. La Roma domenica avvertirà questo nuovo ambiente. L'entusiasmo può elevare i valori di una squadra anche oltre i lati tecnici. Per questa stagione bisogna raddrizzare le cose, la rosa non è male, se guardiamo anche alle carriere dei giocatori. Si sta pagando qualche problema di condizione e qualche infortunio. Maksimovic è fuori da tempo. Criscito l'ho scoperto io quand'era un ragazzino, è una colonna, ma non è al meglio. Caicedo anche non sta benissimo e forse non è nel contesto ideale per rendere al meglio, anche se per ora è riuscito a essere anche decisivo. Sicuramente ci sono squadre con organici inferiori e su quelle bisogna fare la corsa».

Cosa rimane dell'era Preziosi?
«Lui ha ammesso di aver fatto degli errori in questi diciotto anni, ma soprattutto nelle ultime stagioni, e alcuni sono sotto gli occhi di tutti. L'errore più clamoroso è stato quello di lasciar andar via Gasperini a fare le fortune dell'Atalanta. L'altro quello della licenza Uefa. Ora che si può fare un consuntivo però c'è un periodo di quindici stagioni di Serie A consecutive che non possiamo sottovalutare e si sono visti tanti grandi giocatori che erano impensabili per il Genoa prima di Preziosi: Milito, Palacio, Motta e tanti altri. E infine c'è il merito di aver venduto a un gruppo che sembra solido».

Come tifoserie c'è qualche analogia tra genoani e romanisti?
«Sono due tifoserie molto calorose, che identificano la squadra con il nome della città. I genoani sono particolari, hanno questa grande passione che li tiene incollati alla squadra e che li fa essere estremamente esigenti, qualche volta c'è un calore "eccessivo" non rapportato ai risultati. La Roma bene o male non ha vinto molto, ma è sempre rimasta nelle posizioni più alte della classifica negli ultimi 40 anni, il Genoa rispetto alla sua tradizione è da troppo tempo ingabbiata in zone di rincalzo. A parte il periodo di Gasperini, nella storia recente».

Anche il derby è molto sentito.
«Sì, diciamo che anche qui non dura solamente per una partita. Ad esempio l'altro ieri c'è stata una serata insieme ai tifosi rossoblù in occasione di alcuni murales che sono stati fatti dietro la gradinata Nord che raffigurano grandi personaggi genoani del passato che non ci sono più, da Signorini a Scoglio. La Sampdoria non l'ha presa bene e ha fatto un'istanza di protesta. È vero che bisogna chiedere il permesso per azioni di questo genere, essendo lo stadio di proprietà del Comune, però insomma... hanno un po' "rosicato", per usare un termine romano. Diciamo che rientra nel fatto che questa tifoseria è talmente calorosa che a volte si crea qualche tensione involontaria».