Il primo gol della nostra storia in Coppa Campioni, nel 3-0 contro il Goteborg, porta la sua firma. Francesco Vincenzi, classe 1956, è una scoperta di Liedholm. Cresciuto nel Milan, ha giocato nel Vicenza di Paolo Rossi, ma è esploso alla Pistoiese. Arriva a Roma nell'estate del 1983, quella dello Scudetto sul petto. «C'era un clima unico: mi fermava chiunque, mi offrivano la colazione e io scappavo, altrimenti non riuscivo a fare gli allenamenti». Una sola stagione in giallorosso, con 23 presenze e 7 reti, di cui 2 proprio al Milan. Oggi allena i ragazzi del Casaloldo, tremila abitanti alle porte di Mantova. «Bisogna creare qualcosa di positivo per una comunità così piccola. Non puoi lasciare i bambini in mezzo alla campagna». In mezzo ci sono una Coppa Italia vinta e una Coppa Campioni sfiorata, la Roma del tempo e il militare con Pablito. Ce lo racconta in questa intervista.

Ci racconta quel gol al Goteborg?
«È stata un'azione di Falcao, la palla arriva in area di rigore, ribattuta, lui prende il palo e io in scivolata faccio gol. Sembra facile, ma non fu così: scivolare e prendere la ribattuta non è semplice. Ma la cosa che mi fa ancora più piacere di quella partita è che, oltre alla rete, c'è il mio zampino anche negli altri gol: prima un triangolo con Conti, poi un'azione corale per il gol di Cerezo. Fu festa grande, sotto la Curva Sud».

Cosa voleva dire giocare in Coppa Campioni?
«Per me è stato il compimento di un percorso: avevo giocato la Coppa Uefa col Milan, poi la Coppa delle Coppe, infine la Coppa dei Campioni, che non ha eguali, almeno per me. Era come giocare i Mondiali. E poi se la vinci, la Coppa ti rimane appiccicata per sempre. Noi ci abbiamo provato…».

Ecco, arriviamo subito alla finale contro il Liverpool. Si è giocata davvero quella partita?
«Tra primo e secondo tempo Liedholm mi disse di scaldarmi, Pruzzo aveva dei problemi fisici. Iniziai il riscaldamento, ma dopo qualche minuto il Mister decise di mettere dentro Chierico. Io però continuai a scaldarmi, pensavo di entrare nel primo tempo supplementare. Il Mister ha deciso in maniera diversa e non discuto di certo Liedholm. Il rammarico di non essere entrato, però, rimane. Anche perché quando sei in panchina e vedi i tuoi compagni giocare, soffrire, vorresti entrare in campo. Forse è stata l'unica partita in cui non abbiamo giocato bene, anzi: senza forse».

Che ricordo ha della Capitale?
«C'era un clima incredibile, anche in virtù del momento della squadra. Io abitavo alla Balduina, con due bambine piccole, facevo avanti e indietro con la scuola, a piedi, mi fermavano tutti. Roma era fantastica, non mi davano fastidio neanche le macchine in seconda fila… (ride, ndr). Poi io ero abituato, in tutte le città che ho girato, a mettere la macchina in garage e a girare in bicicletta. E fortunatamente sono stato nelle città più belle d'Italia: Roma, Firenze, Milano».

E della squadra, invece?
«Fantastica, a partire dal magazziniere per arrivare all'ultimo giocatore. Già dal ritiro si capiva che c'era una grande differenza nella gestione dei calciatori rispetto alle altre. Ho girato tante squadre, in lungo e in largo, e ho visto tanti musi lunghi, spogliatoi in cui si rideva poco, rigidi, seri. A Roma era diverso, poi con quei brasiliani… Dal ritiro si vedeva già che la squadra era tecnicamente e tatticamente un passo avanti. Avevamo anticipato la moda del calcio a zona, avevamo Di Bartolomei dietro che non faceva il difensore, faceva il centrocampista aggiunto. Avevamo i due esterni bassi, Nela e Maldera, così come quelli alti, che erano la fine del mondo. Non buttavamo mai via la palla, eravamo una spanna sopra gli altri. Però poi, alla fine, i risultati sono mancati: siamo arrivati secondi, abbiamo perso la finale di Coppa Campioni. Almeno abbiamo vinto la Coppa Italia».

Se dovesse citare un giocatore di quella rosa, quale sceglierebbe?
«Mi viene in mente Bruno Conti. Ce ne son tanti eh: Carletto Ancelotti, Aldo Maldera... Però dico Bruno. Lo sento proprio nella pelle, non era mai scontento, aveva sempre una parola giusta per i compagni. E poi era un giocatore di qualità, l'ha vinto lui da solo il Mondiale».

Dei 7 gol in maglia giallorossa, 2 sono proprio contro il "suo" Milan.
«Feci gol all'andata di Coppa Italia, di testa, finì 1-1. Poi in campionato, vincemmo 3-1. Prima la Coppa Italia era a gironi, con cinque squadre e avevo già fatto 4 gol. L'unica cosa è che dopo quel gol al Milan andammo a giocare a Torino: buona prestazione, ma non feci gol. Poi davanti avevo gente come Graziani e Pruzzo… c'era l'imbarazzo della scelta».

Oltre a Milan e Roma lei ha giocato in quel Lanerossi Vicenza che fu elogiato anche da Gianni Brera.
«Calcisticamente come risultati non ho avuto grandi soddisfazioni a Vicenza: all'inizio ero titolare, poi presero Filippi e Cerilli. Poi, per carità, arrivammo secondi. Il ricordo più bello di Vicenza è quello con Paolo Rossi. Eravamo militari insieme, giocavamo nella nazionale dell'esercito e poi nell'Under 21. Eravamo sempre in giro, tutti i giorni: il mercoledì con la nazionale militare, poi in ritiro col Vicenza, la settimana dopo preparazione con l'Under 21. Eravamo degli zingari con Paolino».

Come le sembra questa Serie A?
«È un campionato equilibrato: secondo me ci sono tanti gol presi, troppi. Non dico che debba finire sempre 0-0, ma si cura poco la difesa. In altri tempi andavi in vantaggio e volevo vedere se l'altra squadra riusciva a pareggiare. Oggi si curano i portieri che sanno giocare con i piedi, la costruzione dal basso, ma se arriva una squadra che ti pressa è finita».

Che Roma-Milan dobbiamo aspettarci?
«Partita da tripla. Il Milan viene con una classifica importante, la Roma ha vinto e sembra si stia scrollando i gol presi in Norvegia. Oggi non deve perdere. Serve autostima, umiltà, serve giocare con la testa. La Roma, presa singolarmente, è una signora squadra; Mourinho non è uno stupido. I giallorossi possono ambire ai primi quattro posti».

E adesso, invece, Vincenzi cosa fa?
«Non ho mai smesso di allenare. Oggi sono a Casaloldo, un paesino vicino Mantova. Abbiamo costruito una società nuova, settore giovanile e prima squadra. Facciamo come il Chievo: partiamo dalla Terza Categoria. Con la prima squadra siamo secondi, ma lavoriamo soprattutto con i ragazzi».

E loro lo sanno in che mani sono?
«Ti fanno mille domande. Proprio ieri stavamo provando a calciare d'esterno. Loro mi fanno: "Mister, ci faccia vedere lei". Tiro e mi dicono: "Ma noi non possiamo calciare così forte!"».