Tra le tante cose che i tifosi della Roma chiedevano e si aspettavano da Mourinho sicuramente la "tigna", come la chiamano nella Capitale, era ai primi posti. Forse addirittura al primo, visto che in passato una delle critiche più aspre che la tifoseria e gli addetti ai lavori riscontravano nella squadra di Fonseca, senza per forza arrivare a quella di Di Francesco, era proprio una certa apatia. Una mancanza di rabbia, quella sana di chi ha fame di arrivare, di mostrare quanto ci tieni all'ideale che difendi. Di essere una squadra, tutto sommato. Su questo ha lavorato Mourinho dal suo arrivo in avanti, attraverso colloqui, abitudini, attitudini, tradotto in due parole: team building.

Convinto, come del resto la proprietà, che la base dell'organico, quella selezionata per la "Lista A" che ha partecipato al ritiro in Italia e poi in Portogallo, avesse qualità tecniche, magari tattiche, e morali inespresse. Ha fatto il giro del mondo, quindi anche del mondo romano, la famosa frase che Mourinho disse ai giocatori del Tottenham al suo arrivo in una delle riunioni con la squadra: «Credo voi siate dei bravi ragazzi, ma in campo dovete esserlo meno, dovrete essere dei bastardi», disse senza curarsi delle telecamere installate ovunque al Tottenham Hotspurs Training Ground da Amazon Prime per All or nothing, una delle serie tv che più ha appassionato i malati di calcio nei tempi della pandemia. Che sia stato questo il discorso fatto a Trigoria non è dato saperlo, ma il senso, a giudicare le prime uscite della nuova Roma dello Special One, dev'essere stato più o meno quello.

Appartenenza, difesa del compagno, proteste per le ingiustizie, proteste quasi a prescindere, nessuno che tira indietro la gamba, anzi, nessuno che disdegna il metro in più e l'entrata, a volte di troppo. Tutto questo, basta scorrere le timeline dei social network o accendere qualche radio, piace per lo più ai tifosi, che rivedono un'anima, quella scintilla che poi è alla base di una partita di pallone. Fuorché, si ammonisce anche, non diventi isteria, come ravvisato da qualcuno in occasione di Betis-Roma. Perché in una partita ufficiale, arrivare al 90' in 8 in campo significa nella migliore delle ipotesi perdere male, come accaduto in occasione del torneo amichevole in Spagna.

Un mood che si è visto fin dalla prima gara trasmessa in tv, quella di Trieste, con qualche capannello intorno a Nicolò Zaniolo, che aveva subito un trattamento poco urbano dall'ex Salernitana Lopez. Che si è rivisto come una costante un po' in tutte le gare, ma soprattutto nel viaggio tra Portogallo e Spagna che si è concluso due giorni fa. La rissa plateale durante Porto-Roma per l'intervento durissimo di Pepe su Mkhitaryan, ma soprattutto a seguito dell'assurda direzione di gara del sivigliano Figueroa contro il Betis, che avrebbe fatto scaldare gli animi anche di un monaco tibetano, per rimanere in tema Mourinho. Certo, a memoria di romanista non si rintracciano precedenti così clamorosi come le cinque espulsioni (da capire eventuali, remote ma possibili, ripercussioni sulla stagione ufficiale) tra campo e panchina del Villamarin.

Eldor in punta di piedi

Sarà un caso che la partita più tesa, dove anche il tecnico ha perso un po' le staffe (a differenza del caso Pepe), sia stata quella giocata con i forti rumori di mercato intorno a Dzeko. Ma certo è che l'idillio di tre giorni fa, con l'immagine di gruppo postata dal tecnico per ringraziare il suo Paese dell'ospitalità alla Magica, è sembrato un po' distante. A discapito anche dell'unica nota lieta della serata, quell'uzbeko che in punta di piedi ha segnato il primo gol in maglia giallorossa e ha propiziato il secondo di Mancini. Un altro giorno di rilessioni e di riposo, allora ci sta più che bene. Domani la ripresa della squadra a Trigoria in vista della presentazione del 14 contro il Raja Casablanca ma soprattutto per preparare la Conference League, pur con qualche certezza in meno rispetto alla settimana prima.