«A novembre». Come, a novembre? «Io torno a novembre». Ma in che senso "a novembre", Leo? Intendi che tornerai ad allenarti sul campo per ricominciare gradualmente? «No, no. Intendo dire che a novembre sarò a disposizione del mister per ricominciare a giocare. Nella mia testa c'è solo questa data. Altri ci sono riusciti, ci proverò anche io».

Con quel sorriso contagioso, con la trascinante forza mentale che è seguita ad un periodo decisamente negativo, con l'autorevolezza che gli deriva dall'aver finalmente mantenuto la promessa tecnica che lo ha visto salire definitivamente sul podio dei terzini sinistri più forti del mondo con il suo sensazionale Europeo, Leonardo Spinazzola risponde al Romanista e spazza via tutti gli indugi: «So benissimo che c'è chi parla di gennaio, di febbraio e magari pure di marzo, ma io dico che a novembre torno in campo. Poi magari mi sbaglierò, lo vedremo».

Leo, ma questa è una notizia meravigliosa per tutti i tifosi romanisti. E lo dici in maniera così convinta che siamo sicuri che andrà davvero così.
«Ora mi sto riposando, dopo tanti giorni molto carichi. Ho portato la famiglia un po' al mare. Ci vuole un po' di riposo. Ho saltato tanto per festeggiare, ma per la vittoria dell'Europeo potevo saltare anche senza gambe».

Tua moglie si sarà preoccupata vedendoti saltare...
«Era spaventata, aveva paura che scivolassi dentro gli spogliatoi: "occhio che sarà tutto bagnato". Si è raccomandata tanto, e io sono stato attento. Negli spogliatoi, appena è partito lo spumante mi sono seduto da una parte: cantavo ma seduto».

Ti è mai capitato di ridere e piangere con questa intensità in così pochi giorni, tanti quanti ne sono passati dall'infortunio col Belgio alla vittoria finale?
«Purtroppo, o per fortuna forse, sì. Al contrario, però: qua ho riso, ho pianto e poi ho riso. Tre anni fa mi è nato mio figlio e dopo due giorni mi sono rotto il crociato. Furono emozioni intense anche quelle...».

Emozioni travolgenti.
«Ti confesso che per una settimana con la testa sono rimasto un po' stordito. L'adrenalina ha girato a mille, mangiavo pochissimo, mi veniva subito la nausea, bevevo poco. Stavo sempre sdraiato, non bruciavo niente, ho vissuto un po' sulle montagne russe. Ancora non ci credo che abbiamo vinto davvero. E se penso al lavoro che devo fare...».

Ti deprime?
«Al contrario, non vedo l'ora. Sono già carico».

Quando ricominci?
«A Trigoria tornerò a lavorare il 2 agosto, a un mese dall'infortunio. Andrò a fare mobilità della caviglia sotto la tutela dei fisioterapisti, ho voglia di riprendere la routine e quello farà tanto. Ma per sei settimane non potrò poggiare neanche il piede a terra, poi mi aiuterò con le stampelle ma sempre con basso carico. Ma io già ora non sto fermo: ho già tolto i punti, ora mentre parliamo sto sul letto sdraiato, ma muovo il piede su e giù, per far sentire al muscolo che ci sono, che deve lavorare. Già vedo miglioramenti».

Torniamo solo un attimo sull'infortunio. Dal dolore provato hai capito subito che ti eri rotto il tendine?
«No no, non ho provato alcun dolore. Ho sentito un colpo. Mentre correvo con la coda dell'occhio speravo di vedere qualcuno dietro di me che mi avesse colpito. Quando ho realizzato che non c'era nessuno ho capito subito che si era rotto il tendine. Ma nessun dolore. Ho pianto solo perché ho capito che cosa mi sarei perso. Ho sentito un po' di dolore solo la prima notte post operazione quando è svanito l'effetto dell'anestesia».

L'infortunio al tendine di Achille durante Italia-Belgio @Getty Images

Ripensandoci ti rimproveri qualcosa? Pensi che si sarebbe potuto evitare?
«Purtroppo no, era inevitabile. Si sono verificate una serie di cose tutte insieme: il tipo di sforzo che ho dato sul tallone, il terreno un po' sabbioso, lo scatto improvviso. Se avessi poggiato sulla punta non mi sarei mai rotto. Considera che due mesi prima avevo fatto una risonaza e il medico aveva trovato il tendine perfettamente integro. Ma ormai è passato, penso al futuro».

Sembri avere davvero un bel carattere. Il tuo sorriso contagia tutti.
«Ho un bel carattere. Da quasi due anni a questa parte».

Intendi da quando c'è stato quel mancato passaggio all'Inter, giusto? Ne avevi già parlato in un'intervista social sui canali della Roma. È stata la svolta in positivo della tua vita.
«Sì, mi ha ferito sentirmi dare dello zoppo, da quell'episodio ho trovato tutta la forza del mondo per riprendermi e per dimostrare a tutti quello che sono. Ora niente mi fa più paura. Sono molto più tranquillo dal punto di vista mentale. Faccio il lavoro più bello del mondo, ho una splendida famiglia e stiamo bene. Che cosa potrei chiedere di più?».

È bello sentirtelo dire.
«Grazie. So che passerò anche questo momento complicato. E tornerò perfettamente integro».

In un'intervista avevi detto che eri molto migliorato soprattutto per merito del bite dentale del tuo amico Daniele Puzzilli.
«In realtà in molti ci hanno ricamato su. Io in quell'intervista avevo parlato dei diversi fattori che avevano contribuito alla mia rinascita. Avevo parlato di tutto il lavoro fatto sui muscoli nel dopopartita, di tutto il lavoro fatto sulle posture, di tutti i lavori specifici fatti al campo e fuori dal campo. E poi avevo parlato del bite. E tutto ciò ha contributo a farmi stare molto meglio».

Però si parla ancora della tua presunta fragilità muscolare.
«La realtà è che negli ultimi tempi l'unico vero infortunio, che poi era la stupidaggine della cicatrice infiammata, è stato con l'Ajax».

E poi c'è stata la ricaduta col Manchester.
«Vabbè, ma quello sapevo a che cosa andavo incontro. Non avevo recuperato al cento per cento».

Ti sei forse pentito di aver giocato quella partita?
«Pentito? Ma scherzi? Quelle partite le devi giocare a tutti i costi, poteva andar bene, se va male ci hai provato. Ma ero tranquillo, sapevo che era una sciocchezza e che avrei potuto giocare un grande Europeo. Cosa che è puntualmente avvenuta, senza alcun problema. Fino alla rottura del tendine».

Spinazzola a Old Trafford contro il Manchester @Getty Images

La cosa impressionante è il tuo stato di grazia. Sei diventato a spanne il miglior terzino sinistro del mondo. Agli Europei eri immarcabile. Che è successo?
«È successo solo che ho dato continuità al mio gioco giocando stabilmente a sinistra. Già all'Atalanta, prima di andare alla Juventus, avevo giocato su certi livelli, ricordo certe partite magnifiche col Borussia Dortmund e contro il Lione. Ma allora magari intorno all'Atalanta non c'era ancora l'interesse scatenato negli ultimi due anni e quindi non se ne parlava tanto. Ma giocavo come adesso con l'Italia».

Però sei un altro anche in fase di non possesso.
«Vero, sono cresciuto anche lì. Soprattutto nella concentrazione, magari prima in un minuto rimanevo disattento. Ora non più».

Ma anche con la Roma hai fatto grandi partite. Tanto che quando sei uscito prima con l'Ajax e poi col Manchester, lo hai fatto da migliore in campo. E si è capito che la Roma avrebbe avuto qualche problema...
«Sì, quando ho potuto giocare con continuità a sinistra ho trovato un ottimo rendimento. Peccato gli infortuni di troppi giocatori. Io sono sicuro che ci saremmo potuti togliere tante soddisfazioni anche con Fonseca».

E la favoletta per cui giochi meglio con una difesa a tre?
«A quattro giocavo anche con Fonseca all'inizio, ma a destra, dove mi trovo peggio. A quattro devi avere le coperture dei centrocampisti per non avere guai. Se la squadra lavora compatta non c'è problema».

Cosa che alla Roma forse non sempre si è verificata.
«Io insisto sul fatto che sono mancati i giocatori e chi giocava si è stancato di più. Se Fonseca avesse potuto fare i cambi a Manchester non sarebbe finita così».

A proposito di Roma, durante l'Europeo il tuo procuratore, Davide Lippi, era stato un po' sibillino sul tuo futuro. Come se non fosse sicuro il fatto che tu restassi alla Roma.
«Ma io ti posso assicurare che con Davide neanche parlavo di questa roba, non volevo proprio pensare ad altro che agli Europei, quindi l'idea non mi ha mai sfiorato».

Ora la Roma per cautelarsi sta prendendo Viña per sostituirti in tua assenza: ti preoccupa?
«Mai nella vita. Anzi, ne sono contento. Finché io non rientro, non poteva certo giocare tutte le partite Riccardo (Calafiori, ndr). Viña è il benvenuto, e poi magari hanno ragione quelli che dicono che io rientrerò a febbraio...».

Di Mourinho che dici?
«Ci ho parlato al telefono prima dell'Europeo e poi quando sono tornato a Trigoria. Ho visto un allenamento, la prima amichevole. Mi pare una brava persona. Ma si vede subito che è tosto, è tanta roba. Da quello che ho sentito dai miei compagni, ha lasciato subito una grande impressione».

Potrà dare quello che vi è mancato in questi ultimi anni?
«Lo spero, lo capiremo presto. Io credo di sì ovviamente. Pensa sempre e solo al risultato, ci sarà maggiore attenzione adesso. Peccato che mi perderò tutta la prima fase».

Magari potrai guardare gli allenamenti.
«Non credo, avrò un duro lavoro da fare, mi concentrerò su quello».

Zaniolo ci è già passato. Il destino un po' vi accomuma.
«Mi sono sentito con Nicco, mi aveva scritto durante l'Europeo. Mi aveva detto che non vedeva l'ora di sfrecciare con me sulle fasce. Zano è un animale, l'ho visto pure in amichevole, ha cominciato già a dare sportellate. E poi questi infortuni ti fanno crescere, ti fanno capire tanto della vita, dei valori più importanti, sono sicuro che lo vedremo più maturo. Può essere il suo anno e se è così lo sarà anche per la Roma».

Sul pullman scoperto mentre passavate tra la folla non ti è capitato di pensare a che cosa potrebbe accadere se vinceste con la Roma?
«Non solo l'ho pensato, l'ho anche detto. Ci sarebbe stato il triplo delle persone».

Il triplo? No, forse non hai idea...
«Dici? L'importante è che non ci sia più il Covid...».

Vorrei chiudere con Cristante, l'immagine di lui che ti tiene quasi in braccio mentre arrivano i medici era bellissima.
«Oddio, bellissima non tanto. (ride) Ma l'ho ringraziato tanto...».

Gli altri non si sono neanche avvicinati...
«Vero, ma per sensibilità. Giorgio Chiellini, per esempio, ha avuto la forza di abbracciarmi solo quando mi ha rivisto ridere. Ma alla fine negli spogliatoi erano tutti intorno a me, sembrava avessimo perso. Poi però ho detto basta, dopo venti minuti. E sono tornato a sorridere, lì abbiamo ricominciato a festeggiare. E non ho ancora smesso».

Cristante e Spinazzola con la coppa @Getty Images