Solido come i pini di Roma, quelli di una volta, purtroppo, che la vita non li spezzava. Robin Olsen, se proprio non si è calato nel ruolo di Batman, poco ci manca. È arrivato, com'era prevedibile, nello scetticismo più diffuso, pagando il prezzo di succedere al carissimo Alisson. Anche perché se si fa eccezione per il Mondiale di Russia, dove con la Svezia ha ben figurato, dal grande pubblico, Olsen non era ancora stato notato né ricordato, forse anche per la poca visibilità del palcoscenico: «Il Copenhagen non lo voleva vendere prima. Aveva lasciato il Malmö nel 2015 per andare al Paok, in Grecia, ma l'esperienza non fu positiva», spiega Fredrik Jönsson, giornalista di Aftonbladet. «È stato a Salonicco sei mesi, poi è andato al Copenhagen in prestito e lì si è affermato. Aveva avuto un paio di offerte durante il suo periodo danese, ma il club disse no. Ha avuto l'ok a partire solo in estate. Qui da noi la stampa e i tifosi lo stimano». 

A Roma ha raccolto l'eredità di un portiere enorme come Alisson (che comunque qualche papera - e bella evidente - a Liverpool l'ha collezionata in questi mesi). E la sfida è diventata più che possibile: «Sì, direi che la sta vincendo. Ha già dimostrato molto a Roma, può diventare uno dei migliori giocatori della stagione, se non il migliore. Con questo inizio di stagione, penso che potrà fare molto bene per tutto l'anno». È in fiducia, Olsen. «Al brasiliano non penso più», aveva dichiarato prima della partita di Napoli in un'intervista in patria, a Viasat, e rincarato la dose: «Vorrei vincere lo scudetto con la Roma». È tornato a parlare, in Svezia, dopo il silenzio che si era imposto nelle settimane passate, perché «voleva rimanere concentrato sulla nazionale, evitando eventuali domande sul suo rendimento in Serie A». Ambizione e serietà, pure troppa, forse, perché sembra un po' "orso" e non solo perché non agevolato dalla lingua nella sua avventura romana: «È un tipo calmo di natura. Non è estroverso - continua Jönsson - ma è uno che quando sente di dover parlare, parla».

Dai primi giorni del ritiro studia assiduamente l'italiano. Si è impratichito e con la difesa il dialogo adesso è continuo. Qualche incomprensione c'è ancora, che si traduce in qualche erroruccio di troppo, per fortuna mai decisivo. Lo stiamo vedendo anche "litigare" coi compagni di reparto in italiano. Protagonista ancora in positivo, nella gara del San Paolo col Napoli, Olsen nel primo tempo ha sbarrato la strada per cinque volte agli attacchi degli azzurri. Nel secondo tempo, quando la squadra di Ancelotti ha aumentato la pressione, ha assistito in pratica all'assedio, senza essere chiamato in causa. E nulla ha potuto sul piatto di Mertens, lasciato solo da Kolarov, da mezzo metro che ha fissato il risultato sul pari al 90'. Non è stato molto preciso in qualche rinvio, ma ha l'attenuante di essere stato in pratica un giocatore di movimento nella partita con il Napoli, un dato che ha del clamoroso, per un portiere (è già successo in campionato a Sepe, del Parma, contro l'Inter, a Skorupski, dell'Empoli, in due occasioni, contro la Juventus e proprio contro la Roma).

I compagni sono andati spesso da lui a rifugiarsi, segnale che fa preoccupare per la mancata gestione del pallone, ma tranquillizza per la fiducia dei compagni nello svedese. È stato il giocatore che ha toccato più volte il pallone, per 69 volte. Ha preceduto un motore come Pellegrini 67 e una freccia come El Shaarawy 62. Kolarov, che di solito è un catalizzatore, ne ha giocati appena 48. Con il lavoro che sta svolgendo con Savorani nella Roma, Olsen sta anche migliorando con i piedi e sta così arricchendo il bagaglio che portava dalla Scandinavia: «Lui è bravo tra i pali e nelle uscite - spiega Jönsson - sa leggere bene il gioco ed è reattivo, ma da quando è in Italia sta sviluppando molto bene anche la fase con la palla tra i piedi. Ora sembra molto più calmo e sicuro quando usa i piedi».