Chi vive la sua curva non muore mai. Continua a viverla da quattordici anni, quella Ovest della Spal, Federico Aldrovandi. Tanto è passato da quella fredda mattina del 25 settembre 2005 quando, a causa di un pestaggio da parte di quattro agenti delle forze dell'ordine, venne negato il futuro ad un ragazzo appena diciottenne. Li aveva compiuti da un paio di mesi Federico, studente dell'I.T.I. Copernico Carpeggiani con la passione per il karate e la Spal. Un amore, quello per la squadra di Ferrara, trasmessogli da papà Lino che fin da piccolo l'aveva vestito con una maglia a righe biancoblù.

Oggi Federico non c'è più ma il suo volto, simbolo di amore, lotta e giustizia continua a splendere maestoso nelle curve degli stadi italiani. C'era anche ieri sera, a Roma e Ferrara. Nella Capitale i Fedayn, nel prepartita contro l'Atalanta, hanno esposto a Piazza Mancini uno striscione con su scritto: «25 settembre 2005 - 25 settembre 2019: passeranno tanti anni ma non dimenticheremo mai Aldrovandi». Poi, per tutti i novanta minuti, hanno sorretto sul muretto della Sud lo stendardo raffigurante il volto di Federico cantando il coro: «Federico Aldrovandi, Federico Aldrovandi, Federico Aldrovandi alè».

Lo striscione dei Fedayn per Aldrovandi

In Emilia-Romagna, , invece, la Curva Ovest ha innalzato la coreografia più importante e pregna di significato di sempre (così l'avevano definita gli stessi tifosi spallini nei giorni scorsi in un comunicato). All'ingresso in campo delle squadre dal settore più caldo del Paolo Mazza si è innalzato il volto di Federico mentre sullo sfondo cartoncini azzurri e bianchi hanno composto la scritta: «Aldro vive». In basso uno striscione : «Per te. Per la tua indomita famiglia. Perché non accada mai più». Un boato accompagna la scenografia: «Ovunque tu sarai, un coro sentirai, Aldro vive con noi!».

La coreografia realizzata dalla Curva Ovest in Spal-Lecce @LaPresse

Il ricordo di papà Lino

«Federico non c'è più. È la cruda realtà che rivedo attraverso un'immagine orribile che mai nessun genitore vorrebbe vedere». Inizia così la lettera pubblicata ieri da Lino Aldrovandi su Facebook assieme alla struggente foto di Federico scattata all'obitorio. «Quell'immagine terribile fummo costretti a renderla pubblica a quei tempi, dall'inerzia di tante cose - scrive Lino - ma poi una piccola strada verso una piccola giustizia si aprì. Una cosa è certa, Federico non morì di malore, ma di ben altro. Fu ucciso senza una ragione. Anche se di ragioni per uccidere non potranno mai essercene».

Papà Lino soffre, il dolore è lacerante quando affiorano i ricordi del figlio: «Non c'è più musica e non ci sono più colori nella vita, quando ti viene a mancare l'aria e il profumo del respiro di un figlio. Sia chiaro per tutti che la vittima purtroppo rimarrà Federico dietro quel marmo, in quella tomba, senza mai aver mai fatto del male a nessuno e senza aver mai commesso alcun reato, né in quel momento, né mai». Quel padre, poi, si appella alla giustizia più severa, la coscienza. Lo fa riferendosi ai colpevoli: «Hanno già scontato la loro pena, così secondo la legge degli uomini, ma sono convinto, anche se è difficile crederlo dopo tutti questi anni di silenzi, che il giudice più severo rimarrà la loro coscienza di uomini e sopratutto di genitori, che in un'alba assurda di una domenica mattina di 14 anni fa, non riuscirono ad ascoltare quelle grida di "basta e aiuto" che un ragazzo di 18 anni, solo e disarmato, stava loro proferendo, nel tentativo disperato di farli desistere da quell'azione di morte».

«Per me invece fino alla fine dei miei giorni sarà un ergastolo senza appello - conclude Lino - con la sola speranza che ciò che è accaduto a Federico non accada mai più a nessun figlio».