Gasperini: "L'intervista di Ranieri una sorpresa. Wesley vuole esserci". E sul finale si commuove
Le dichiarazioni verso Roma-Atalanta in conferenza stampa: "Sono stato 9 anni a Bergamo e 8 al Genoa, forse non sono una persona così brutta..."
(GETTY IMAGES)
Mentre la Roma si prepara al big match contro l'Atalanta, in programma domani alle 20.45 allo Stadio Olimpico, Gian Piero Gasperini ha parlato in conferenza stampa al Centro Sportivo Fulvio Bernardini. Ecco tutti gli aggiornamenti sull'evento di Trigoria.
"Vi anticipo qualcosa. C'è stata quest'intervista di venerdì scorso che ha creato questa situazione, in settimana. Per me è stata una sorpresa incredibile: non c'è stato mai un tono diverso tra me e Ranieri, sia in conferenza, sia nei rapporti diretti. In tanti mesi non avevo mai avuto questa sensazione. Da quel momento, mi sono preoccupato solo di non rispondere e cercare di non creare alcun tipo di difficoltà alla squadra, anche nel rispetto delle sessantamila persone e di tutti i tifosi. Con l'Atalanta è una gara di livello, abbiamo ancora delle chance. L'importante è questo. Vorrei parlare di questo. Non sono intervenuto in settimana, mi è arrivato addosso di tutto ma non ho potuto impedirlo. Oggi vorrei parlare di calcio, nel rispetto di una partita che arriva dopo un percorso giocato insieme".
Per una settimana si è parlato solo dei rapporti interni, non del risultato. Quant'è stato difficile preparare la gara con l'Atalanta?
"Mio malgrado, ho subìto questo impatto mediatico. Per me e per la squadra, in vista della partita non ci sono alibi. Zero. Vogliamo giocare un certo tipo di gara, che arriva alla trentatreesima giornata. Siamo in un percorso vicino al rush finale. Si tratta di una gara importantissima per entrambe, più per noi, sicuramente; ho spostato la concentrazione sul piano tecnico, senza arrecare danno alla squadra, alla gente. Ho pensato solo a questo. Ora, finalmente, giochiamo la partita".
Come sta Wesley? C'è tensione per il recupero degli infortunati? Sembra che manchi qualcosa...
"A volte questo è motivo di confronto e discussioni interne, è abbastanza normale. Wesley sente di poter giocare, vuole farlo, effettua sprint, scatti e tiri ma la parte medica considera, giustamente o meno, dei rischi. In questi casi, si rischiano problematiche. Da lì a fare altre discussioni, ce ne passa. Lui vuole esserci con l'Atalanta, magari dall'altra parte si frena... Vedremo entro domani. Ma se il medico dice di no, io non posso fare nulla. Non ho mai forzato. Posso dire di avere un po' di coraggio, ma tutti gli allenatori dipendono da quell'ok medico".
Tutto questo cortocircuito della settimana va a influenzare la mente dei giocatori?
"Zero. Zero. Dobbiamo giocare una partita importante, non c'è alcun alibi. Anzi, c'è un po' di benzina in più. Credo che la gente lo capisca e penso che sosterrà ancor più la squadra".
Si sente più vicino o più lontano alla panchina?
"Lei parla di altro, io della partita. Con queste domande crea problemi, dunque, faccia domande sulla partita. Ho chiuso con queste cose, ho risposto".
Ci sono diverse defezioni. Soulé è abbastanza certo con Malen, ci sono altre indicazioni?
"Soulé, Malen... Sì, tolti i giocatori fuori non è cambiato nulla. Abbiamo perso Pellegrini ed è un peccato, anche per la natura dell'infortunio. La rosa è ben definita. Abbiamo El Shaarawy, Zaragoza... C'è il problema di Pisilli, che ha accusato una distorsione alla caviglia ma pare aver recuperato, valuteremo oggi".
Questa è una partita fondamentale. Ha più volte detto che la Champions non le è stata chiesta e la dirigenza l'ha confermato. Ma lei ritiene che l'approdo o meno dell'obiettivo possa orientare alcune decisioni?
"Questo va chiesto alla società, che è sempre stata chiara, e parlo anche di Ranieri. Ho sempre invece pensato che noi potessimo arrivare lì, ho sempre spinto in quella direzione, per cercare di raggiungere subito l'obiettivo. Di solito accade il contrario: si stabiliscono obiettivi alti e l'allenatore cerca di smorzare. Io ho sempre pensato alla Champions, a maggior ragione da gennaio, per spingere la squadra, non per motivi personali. E ancora oggi credo che sia possibile, nonostante tutte le defezioni importanti avute da dicembre. Prima di allora, non c'erano state defezioni così continue e lunghe; riuscivamo a compensare Bailey, Ferguson, Dovbyk... Poi si sono fatti male Soulé e Dybala, è arrivato Malen... Questo rientra nella dialettica dei confronti che ci si fa in un'azienda. Ma non ci sono mai stati toni aggressivi con Ranieri. Ora siamo qui, siamo convinti: vediamo se riusciamo a battere una squadra forte, che ha distacco da noi e dal Como - e anche per loro è un'ultima chance. Ha una grande rosa, ha fatto la Champions. Quando ero all'Atalanta, consideravo sempre la Roma un limite. Dicevo: 'Se la battiamo, siamo in Champions'. Ora, dico la stessa cosa sull'Atalanta. Se la battiamo, meritiamo la Champions. Poi, chiaramente, ci sono Inter, Milan, Napoli, sempre un passo avanti. Domani c'è una squadra costruita, con una rosa importante, senza tornare al passato".
Se c'è una differenza tra le squadre in zona Champions, che cosa manca?
"Non ho detto che esiste la differenza, ho detto che ho sempre spinto per migliorare la squadra. Ho sempre motivato, per quelle che sono le mie idee. Sono stato chiamato per sviluppare una squadra con le mie idee e ho spinto sempre in una certa direzione. Senza secondi fini. Ho voluto farlo per cercare di raggiungere subito gli obiettivi. Senza gli infortuni, la situazione sarebbe stata più agevole, ma ci proviamo lo stesso e l'obiettivo resta quello".
Forse nessuno conosce l'Atalanta meglio di lei. Ora lì c'è un suo ex allievo. Nella gara d'andata ci sono state tensioni: che cosa pensa della Dea di oggi di Palladino? C'è stata qualche frizione con lui?
"Conosco Raffaele da quando ha 17 anni. Lo vidi in una gara di Serie C, poi lo allenai in Primavera e a Genova. Veniva spesso a Bergamo quando era al Monza. Le tensioni di gara sono normali: ognuno tira per la sua squadra e mi pare evidente, ma quando finisce la sfida tutto è diverso. Il calcio è calcio. Avevo amici, quando giocavo, con cui ci davamo certe legnate... Poi andavamo a cena insieme. L'agonismo è così. Deve rientrare tutto nelle leggi dello sport, che sono quelle secondo cui si sa di affrontare una certa squadra. Ho lasciato la Champions, sono venuto qui con un anno di contratto ancora, con una società che voleva rinnovare il mio contratto; ritenevo che il ciclo fosse chiuso e che non si potesse fare di più, avevo già detto che non avrei rinnovato. Qui ho visto una possibilità straordinaria e sono contento della scelta. Con l'Atalanta è stata una storia di 9 anni; a Genova sono stato 8 anni, forse non sono una persona così brutta! (ride, ndr) A volte ci sono punti di vista diversi, ma nei limiti. Succede anche tra marito e moglie. Magari si tirano fuori 4-5 episodi di scontro, ma 50-100 positivi. Sono contento di aver fatto questa scelta. Ho cambiato dopo la fine del campionato, quando la società mi ha dato la disponibilità per trattare".
All'Atalanta diceva: 'Pensavamo di alzare l'asticella, invece devo abbassarla. Non posso garantire sempre la Champions'. Sente di poterla alzare qui?
"Sono venuto per quello. Poi si vedrà. Ora siamo lì a giocarci queste ultime sei partite, ho quella convinzione. Quando ho parlato con la proprietà ho fatto una certa scelta e l'ho fatta perché ritengo che se si riesce a fare bene a Roma si ha una gratificazione importantissima".
L'Atalanta ha ancora il suo DNA. Domani sarà più facile rubare palla dall'alto o fare una costruzione dal basso?
"Le squadre si assomigliano. L'inizio dell'andata era stato buono per noi, poi abbiamo sofferto la pressione e la voglia di vincere dell'Atalanta. Sono due squadre molto equilibrate, anche se siamo davanti in classifica. E si conoscono. So benissimo che in quei ragazzi c'è un nucleo straordinario, che garantisce competitività. Ma lo spirito dei miei è stato strepitoso. Domani è difficile ed equilibrata per entrambe. Mi piace parlare di questo. Mi auguro, anzi, sono convinto, che la gente ci darà una mano ancor di più: non è decisiva, lo è se la perdi; ma se la vinci, alzi l'ambizione. L'obiettivo è quello, lo abbiamo sempre voluto e ce lo giochiamo coi tifosi che devono pensare alla partita. Il resto è brutto. Mi dispiace. Bisogna pensare alla squadra".
Ora che si trova dall'altra parte, c'è un elemento di quella squadra che vorrebbe rubare?
"La Roma ha tutto, soprattutto nella squadra e nell'ambiente esterno. A Bergamo ho fatto bene perché il contesto intorno era compatto; il lavoro della società è stato straordinario. La città, avendo una sola tifoseria, è compatta. Questo ha creato un clima ideale e la capacità di fondare una squadra forte nel tempo, non solo con giovani valorizzati, utilizzati e venduti, rendendo la società ricchissima: pensate a Lookman, Ruggeri... Lì abbiamo costruito una squadra con Gomez, Zapata, Toloi, Ilicic, Kolasinac. Un nucleo molto forte, andato avanti per anni, sostituito da Ederson, Koopmeiners e integrato da Scamacca, De Ketelaere, Lookman, Djimsiti... La squadra in totale era forte e poteva cambiare con introiti da una società straordinaria nel vendere. Pensate a Romero e Hojlund, creando utili ogni anno. Quella è stata una cosa straordinaria, non solo per merito mio, ma anche della società. A un certo punto, questa società capacissima a operare in sintonia con l'allenatore. A un certo punto, questa sintonia, un po' perché è cambiata la società, un po' perché non c'era più il papà a cui ero sicuramente più legato... (Gasperini si commuove e va via, ndr)".
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