"Lo scudetto del 2010 una ferita che non si rimarginerà": parola di Mirko Vucinic. L'ex attaccante della Roma ha rilasciato un'intervista ai microfoni di Sky Sport, ripercorrendo anche la sua esperienza con la maglia giallorossa tra ricordi e aneddoti di spogliatoio. Ecco le sue parole.

Com'è stato il tuo arrivo in Italia?
"Da ragazzino il mio sogno era giocare in Serie A, all'epoca era il campionato più bello del mondo. Ho esordito in Serie A con il Lecce, poi sono andato sempre a crescere".

A Lecce hai avuto Zeman. Anni utili per capire il calcio italiano e segnare.
"Sicuramente, il Lecce mi ha fatto crescere, mi ha preso da bambino, arrivai qui a 17 anni. Devo ringraziare la società che mi ha messo sulla strada giusta. Poi dicevi di Zeman, gli attaccanti si lamentano fino al sabato, poi in partita va tutto bene. Si lavorava, eccome se si lavorava!".

Da Lecce a Roma. Più difficile o meno?
"Sicuramente meno, quando sono arrivato in Italia c'era difficoltà, ero senza genitori, senza amici di infanzia. A Roma è andata meglio, perché parlavo italiano, capivo i movimenti, capivo tutto".

Cosa hai pensato nell'intervallo del derby in cui uscirono Totti e De Rossi?
"Non mi aspettavo di vincere, nel primo tempo non girava niente. Poi il mister ha fatto una scelta pazza, levare Totti insieme a De Rossi… stai levando il muro portante della tua casa, e la casa crolla. Invece ha avuto ragione, alla fine abbiamo vinto con due miei gol. Non ti dico cosa è successo dopo la partita! Ora si può dire: abbiamo festeggiato ed ero un po' brillo".

La Lazio ti portava spesso bene.
"Sì, poi il destino voleva che i miei amici più cari tifassero Lazio, a volte non mi parlavano per 2-3 giorni".

Il miglior Vucinic è stato quello che ha giocato nella Roma? Il gol contro l'Inter è quello più emozionante?
"Sicuramente ho avuto l'annata con Ranieri in cui ero veramente in forma, mi girava tutto bene. Però poi anche il primo anno alla Juventus… sceglierei quei due. Il gol al 90' è particolare".

Alla Juventus abbiamo visto un Vucinic più completo.
"Sicuramente, quando sono arrivato alla Juventus avevo sulle spalle parecchie partite, viene tutto più facile. Sono entrato in una macchina da guerra, quando ci affrontavano avevano paura di noi. All'inizio no, poi mister Conte è stato bravo a farci diventare tali sotto tutti i punti di vista".

Ti piaceva giocare esterno?
"O giocavi esterno o non giocavi! C'era davanti il Pupone (ride, ndr). Non c'era scelta".

Vorresti diventare allenatore? Se sì, quale squadra vorresti allenare?
"Sto cercando di prendere il patentino, spero di farlo al più presto. Mi piacerebbe allenare le squadre dove sono stato, le porto sempre nel cuore. Anche se il Lecce più di tutte, mi ha cresciuto e fatto diventare quello che sono, sono molto riconoscente. È ancora presto, l'importante è prendere il patentino, poi si vedrà".

Dicono che tu sia molto bravo a golf.
"In questi anni anche il golf mi ha aiutato molto, all'inizio ero nervoso qualsiasi cosa facessi, giocando e sbagliando mi sono calmato".

Hai avuto grandi allenatori: Zeman, Ranieri, Conte, Spalletti. C'è qualcuno che ti ha dato qualcosa in più o al quale vorresti assomigliare?
"Di sicuro non a Zeman (ride, ndr). Non so quanti resisterebbero oggi a quel tipo di lavoro. Tutti loro mi hanno dato qualche cosa di importante. Spero di eguagliare il 30% di quello che sono loro, sarei veramente felice. Sono professori del calcio".

Eri bravo alla Playstation.
"Ero molto bravo, poi non gioco da forse 8-9 anni. Ho giocato con mio figlio a FIFA sei mesi fa, mi ha rovinato e non ho più preso il pad in mano. Ho rosicato come pochi".

Quanto hai rosicato per lo scudetto mancato nel 2010?
"È una ferita che non si rimargina più, una cicatrice che resta per tutta la vita. Ho rischiato di vincere due scudetti con la Roma, dispiace tanto. Non solo a me, penso a tutto il popolo giallorosso".

Che spiegazione vi siete dati di quel Roma-Sampdoria?
"Non lo so spiegare, nel secondo tempo loro fanno due tiri in porta, nonostante quello attaccavamo e avevamo occasioni. Il destino, non so. Gira voce che ci beccammo con Perrotta: abbiamo discusso come normale che sia, non era la prima volta. Nel secondo tempo ci eravamo già chiariti, loro si inventarono due gol e non riuscivamo a segnare".

Ma dopo quel primo tempo, perché c'era da discutere?
"Per una cosa che non gli ho passato il pallone e ho calciato. Lui mi disse una cosa, io risposi perché non sapevo stare zitto. Dovevo stare zitto, Simone è più grande di me, aveva più esperienza, ha vinto con la nazionale. Era leader, dovevo stare zitto. Il mio carattere non me lo ha permesso".

Avevi già fatto questo mea culpa?
"Quando sbaglio, chi mi conosce sa che ammetto la colpa. È difficile, ma la ammetto".