I numeri direbbero: segna abbastanza. Sette gol per un laterale alto costretto a partire quasi sempre dalla panchina, non c'è male. Poi vai a vedere: tutti su rigore, il che sarà pure indice di qualità ma la valutazione va ribaltata. Piedi eccellenti a parte, altro che abbastanza, non segna mai. Il 27 maggio scorso, la stagione dell'argentino Diego Perotti, detto El Monito (da suo padre, Hugo Osmar Mono Perotti, che fu come lui giocatore del Boca), si stava concludendo con questa penuria, senza nemmeno un gol su azione. Perlomeno, sino all'ultimo minuto dell'ultima partita, quando ne realizzò uno né bello né brutto: un gol totale.

Ne avesse fatti venti di più, ma non quello, avrebbe fatto di meno. Contro il Genoa. Da ex. "Pe' l'emozione je so' pure ricresciuti i capelli a Monchi!" strepitò con voce strizzata dall'apnea Carletto Zampa, mentre El Monito correva, correva, e il Capitano lo aspettava disincantato al varco di un affettuoso "Grazie" con pacca e buffetto. D'obbligo. La festa del suo addio al calcio era salva e la Roma era in Champions. Come raccontare quello strano pomeriggio in cui Perotti, nel sembiante di un ragazzo di bottega d'altri tempi, ha sottratto il pennello al titolare dell'opera ormai quasi terminata per apporvi, in sua vece, il tocco conclusivo? Lui, e non Totti, per il quale eravamo tutti convenuti quel pomeriggio sugli spalti, a propaggine l'uno dell'altro, nei più diversi modi. Chi in prima persona, chi per tramite di un figlio, o di un amico fraterno, o di un fratello vero; chi davanti al video, chi magari da lupo solitario per ricordare meglio, e chi assieme ai suoi sodali di sempre, in gruppo, a ricreare scaglie di curva nella città, ovunque, affinché fosse abolita ogni distanza tra ciascuno di noi e quella festa di cui la partita avrebbe dovuto essere solo un dilettevole preludio.

Come immaginare lo sliding door della realtà parallela in cui saremmo altrimenti scivolati senza quella rima semplice, un po' infantile, idealmente fiorita sul tabellone luminoso come in omaggio al protagonista principe di uno spettacolo che non sembrava potesse contemplare né gregari né comprimari? Invece, nel giorno più che mai di Totti, laddove tutto portava la sua firma, non segna Totti ma colui che metricamente, e poeticamente, ne incarna l'eco. Sotto di un gol, punizione sulla trequarti destra, per noi, in attacco. Manca nient e. La batte Nainggolan in un clima di disperazione. Dall'ammucchiata in area si eleva Džeko a prolungare la traiettoria di testa alla sua sinistra. C'è chi si butta dentro ed è tutto un fragore. Ci è voluto un sorprendente spin off narrativo a chiamare in causa un talento defilato per ruolo e vocazione, un gaucho provvisto d'impeti geniali ma, s'è visto, parsimonioso di gol. Non stavolta, però. Il personaggio defilato covava l'acuto.

Senza il suo tocco fulminante la trama di un affresco ancora irrisolta avrebbe scialato all'ultimo l'effetto dell'insieme e quell'assemblea di cuori giallorossi sarebbe stata costretta a declinare l'incipiente esultanza nella perversione di un plauso nutrito di compianto. Per forza. L'inopinato pareggio, scalciandoci in basso, avrebbe deturpato un epilogo esposto alla noncuranza sacrilega di chi aveva osato segnarci, e ben due volte: il pupo Pellegri al terzo e parecchio dopo Lazovic, e di chi, tra i nostri, aveva sciattamente consentito che ciò avvenisse. Per non dire del mormorio derisorio che ci avrebbe tenuto in ostaggio di chiunque per un tempo immem o re. Tuttavia, al momento in cui abbiamo dovuto rapportarci con quanto ritenevamo non potesse mai accadere, abbiamo pensato: "Perché stupirsi? Tipico nostro!". La verità. Siamo tutti segnati, noi romanisti, da un coefficiente filosofico che ci fa individuare a vicenda non appena iniziamo a formulare la nostra fatalistica visione della vita. Una stimmata con cui ci siamo addestrati a convivere. Prescindendone, se il caso. Sapevamo benissimo, ad esempio, quante insidie avrebbero potuto mettere a repentaglio l'irrinunciabile festa ma abbiamo preferito ignorarle, secondo un protocollo dell'anima che ci consente di sognare comunque i nostri sogni. Quella difesa tremula. Quelle teste distratte e perse altrove. Quell'allenatore ancora nostro ma già non più, tutto accartocciato addosso alle sue nuvole interiori e così a disagio in un panorama determinato a confinarlo nell'asfissia dei propri margini, come un intruso esposto al vilipendio che tocca ai ripudiati.

E questo ancor prima che la partita ammattisse. Al dodicesimo Džeko aveva per tempo riparato al subitaneo svantaggio e De Rossi, al settantaquattresimo, ci aveva portato sul due a uno. Mille volte evviva! Siamo dove dobbiamo, in Champions diretta, e tra poco sarà solo un'effusione d'amore e nient'altro. Ma non ancora, tra poco, e il tra poco ci trafigge. All'ottantesimo. In dieci minuti come pianificare un'altra volta la vittoria? Come ricostruirla? E, sempre tra poco, in cosa rischia di trasformarsi quella benedetta festa? Quale contraddizione, tutta romanista, finirà per incarnare? Forse non avremmo mai dovuto chiamarla festa, invece tutti a parlare di festa per qualcosa che nessuno avrebbe mai voluto vivere ("Speravo de morì prima!": non un'iperbole, ma uno stato d'animo).

Ciò che finisce è abitudine celebrarlo, non festeggiarlo. Nondimeno, l'unica cosa certa di quel giorno, talmente certa da rendere quasi superfluo l'incerto risultato della gara che l'avrebbe preceduta, era l'ebbrezza di un abbraccio poderoso. L'abbraccio di tutti i romanisti a un romanista che si è fatto compendio di tutti i romanisti. Un'accensione sentimentale di luci sino al calor bianco, e poi? Poi l'ignoto. Ovvero, il futuro oltre il futuro che quello stesso pomeriggio si sarebbe fatto per l'ultima volta presente, e, infine, passato. Totti che sussegue a Totti. L'uomo che sussegue al ragazzo. E noi con lui. A testimoniarne il transito, ad ascoltarne le parole, imprecise e perfette, e a festeggiare piangendo.

Questo, all'incirca, quanto vissuto all'Olimpico il 28 maggio dell'anno in cui siamo. Il 2017. Poco tempo fa. Un'epoca fa. Un altro mondo. Noi, da questo che oggigiorno ci accoglie, insistiamo testardi a lanciare languide occhiate su quello che ancora ci racconta di quando il Capitano rimontava la scaletta degli spogliatoi con gli scarpini ai piedi e un gagliardetto infilato nella cinta dei calzoncini, di partita in partita, da un campionato all'altro, reiterando il suo esserci come cosa destinata a non finire mai. Quel mondo è il mondo dei nostri venticinque anni con lui, che tali sono anche per chi, se romanista, venticinque anni li deve ancora compiere. Per i miei figli, ad esempio. Diciottenne il primo, sedicenne il secondo. Per loro questo quarto di secolo significa: da sempre. Senza che mai vi sia stato un prima. Parlo di un mondo da cui non sappiamo distrarci anche quando riteniamo di farlo. Sappiamo che c'è. Come il cielo. Una parte di noi è demandata a percepirlo ogni istante, pur mentre ce ne andiamo a capo chino guardando in basso, così come una parte di noi è riservata in perpetuo al ricordo di quel mondo che ha avuto il suo vertice in un gol, l'ultimo dei cinque segnati un certo pomeriggio di fine maggio sotto la Sud.

Dopodiché, tutto ha potuto finalmente procedere come era stato dato per scontato che fosse, e non piuttosto come stava per divenire. Una vittoria preconizzata come ovvia si era assurdamente convertita in una vana illusione, e già quando il countdown del cronometro aveva iniziato a sgranare i secondi e non più i minuti all'interno di uno stadio dove l'unico nome aleggiante era quello di Totti come fosse il titolo stesso dello spettacolo in programma, un altro personaggio, importante ma non centrale, ha voluto assumersi d'autorità il ruolo del protagonista. Affine al Capitano per diritto di rima e per quei lampi di genio che ne impreziosiscono il talento, al novantesimo Diego Perotti irrompe in area e sulla scena a prendersi il suo spazio per il tempo necessario a compiere un movimento perfetto a supporto di un gesto definitivo. Ora sì! Quando il Genoa, pochi minuti prima, ci aveva raggiunto sul due a due frustrando la gioia di una rimonta annichilita, folate di spettri erano riemerse all'unisono da varie età della nostra storia.

Decisamente romanista tutto questo. Come molto romanista è la nostra attitudine a convertire innumerevoli secondi posti in vittorie spesso meritate ma non ottenute, e dunque a elucubrare oltre il consentito traducendo la rassegnazione dapprima in rabbia e poi in orgoglio. Tutto sommato, anche del gol annullato a Turone contro la Juve siamo orgogliosi, poiché racconta il nostro dover essere soli per essere appieno noi stessi. Tant'è, quel campionato che nell'Ottantuno ci venne sottratto di prepotenza noi quasi abbiamo finito per sentirlo nostro alla maniera nostra, da creature fantasiose quali siamo, capaci di infingere per vero quanto ci sarebbe toccato per diritto. L'elenco è lungo. Partite che non avremmo voluto finissero come sono finite, eppure amate. Le nostre leggende sono così. Imprese spesso incompiute che pretendono una potente immaginazione per divenire non solo accettabili ma perfino belle, sicché degne di essere raccontate. Come questo Roma-Genoa, che ci è piaciuto rendere avventurosa al di là del necessario. D'altronde, chi più di noi potrebbe insegnare a chiunque quanto sappia essere probabile l'improbabile? E chi più di noi è addestrato a cavare l'epica dalle temperature più basse e a fomentare tumulti e vertigini anche laddove impera una pressoché assoluta calma piatta? Impossibile perciò immaginare una partita più romanista di quella che ha fatto da prologo al discorso più romanista che sia mai stato pronunciato, e alla più romanista di tutte le feste. E lì ancora siamo, mentre altrove andiamo.