Quando ho fatto il mio primo album dei calciatori la lazio non c'era. Anzi, peggio: c'era ma era relegata nelle ultime pagine e i giocatori erano costretti a dividersi la loro figurina, come fosse un ascensore affollato, proprio come accadeva per tutte le altre squadre di serie B. Ecco l'arcano allora: la serie cadetta. Che quando sei bambino neanche sai bene cosa sia specie se la squadra per cui fai il tifo, proprio in quegli anni, vince lo scudetto e va a giocarsi la finale di Coppa dei Campioni. Un altro mondo insomma. Perché negli anni ottanta la lazio, e i tifosi biancocelesti questa cosa la sanno bene, sopravviveva in serie B e in questa città dire derby, il più delle volte, aveva semplicemente il significato di un succo di frutta o di un pallone più economico rispetto al Tango che le mamme, ai propri figli, spacciavano per uguale ma che uguale non lo era per niente.

Una replica insomma. Proprio come Joao Batista rispetto a Paulo Roberto Falcao… con il laziale preso e catapultato al centro di un complesso d'inferiorità troppo più grande di lui per riuscire, malgrado fosse un discreto calciatore, ad evitare l'ennesima retrocessione della lazio. Non è un caso, infatti, che il Divino qualche anno fa, parlando prima di una sfida contro la juventus, disse: "È il mio derby. La lazio, quando c'ero io, nemmeno la consideravamo". Già, nemmeno la consideravamo. Figurarsi allora io cresciuto, ricapitolando, con la lazio a galleggiare spericolatamente tra la A e una B con vista panoramica sulla serie C. Un film trash a cui non riuscivo ad appassionarmi, una di quelle morbose storielle da seconda serata in cui gli autori gongolerebbero nell'indugiare su aneddoti da ladri di galline tra scommesse, penalizzazioni e spareggi. Il resto lo fece mio padre… anche lui della teoria di Falcao: la partita dell'anno era contro la juventus.

E questa cosa non mi è mai passata. Neanche ora che i bianconeri vincono il campionato ad ottobre. Ho un caro amico laziale che a tutto questo ha sempre fatto finta di non credere, lo capisco: proprio in quegli anni, anche lui bambino e pure lui allo stadio con il papà ma nelle domeniche sbagliate, si emozionava per lazio Campobasso, Cavese o Sambenedettese e l'idea che nessun altro al mondo sapesse di quelle partite così desolatamente povere di contenuti non deve essere piacevole. Anzi, di più: è frustrante.
Come quel macigno sullo stomaco di una squadra che rappresenta ROMA per nome, colori, tradizioni, appartenenza. L'ABC insomma. A cui rispondere con banali e grotteschi stereotipi costruiti a tavolino per cercare la "Completa riabilitazione der Patata" attraverso l'immaginaria moltiplicazione dei bruchi sul pianale posteriore della macchina di ogni tifoso romanista. Uno stanco copione di serie B, aridaje. Polverosi luoghi comuni che fanno ridere soprattutto chi li ascolta. Di chi li dice.

Sia chiaro: tutto questo non è traducibile con "Il derby è una partita come tutte le altre" come amava dire Zeman. Il tempo, nota a margine, c'ha poi spiegato perché il boemo aveva partorito una frase tanto sciocca: dicendola si stava semplicemente creando una attenuante per i quattro derby che poi avrebbe perso in pochi mesi. Un atroce record che se fosse accaduto oggi avrebbe portato alla presa della Bastiglia.

Il derby, invece, una partita come tutte le altre non lo sarà mai. Non fosse altro per tutto quello che lo precede, per quella strana sensazione che ti si incolla addosso dalla settimana precedente e che deflagra completamente quando incroci la prima sciarpa biancoceleste andando verso l'Olimpico. La visione di quei colori, pallidi come un lenzuolo scolorito al sole, rappresentano, ogni volta, il virtuale fischio d'inizio di una partita che mai come domenica non durerà novanta minuti bensì quattordici giorni.
A proposito… ma gioca Batista?!?