Daniele De Rossi parte questa sera per Buenos Aires. Lo fa nel giorno del suo 36° compleanno, a quasi due mesi dalla sua ultima partita con la Roma. Dopo aver ascoltato le proposte di Los Angeles FC, Milan, Fiorentina e Boca Juniors, e dopo aver accarezzato l'idea di sedersi accanto a Mancini sulla panchina della Nazionale, ha scelto: va in Argentina, a giocare nello stadio che "non trema, batte".

Una scelta difficile, dettata dalla volontà di non indossare la maglia di nessun'altra squadra italiana. Una scelta che lo porterà lontano dalla sua famiglia, lontano dalla sua città e lontanissimo da tutte le logiche "da fine carriera" che vigono nelle teste dei suoi colleghi calciatori. Non va a svernare, va a prendere e dare calci, va a combattere contro i suoi stessi infortuni, va a inciampare sulle buche dei ruvidi campi argentini, va a prendersi applausi e fischi in un campionato che tecnicamente sarà inferiore alla Serie A, ma che per motivazioni e coinvolgimento dei tifosi non ha nulla da invidiare al Vecchio Continente. Anzi.

Un anno in Erasmus

Daniele come uno studente Erasmus, un anno a Buenos Aires, a studiare presso una celebre università fondata nel 1905 su una panchina da emigrati italiani. Valigie chiuse e un indirizzo in tasca per provare una nuova esperienza, per conoscere un altro lato del mondo, per vedere come altrove trattano la materia in cui è più preparato. Il pallone. Ciò che ha studiato per diciotto anni e che un giorno, nemmeno troppo lontano, vorrebbe insegnare. Ma prima, un altro giro di giostra.

Daniele come milioni di italiani d'Argentina, quelli che riempivano le navi un secolo fa, quelli che cantava Fossati: «Ecco, ci siamo, ci sentite da lì?». Il primo gruppo etnico del Paese, oltre 20 milioni di "tanos", nipoti di chi un giorno scappò dalla fame e dalla povertà. Da loro fu donato il Faro del Gianicolo, che dal 1911 si erge su Trastevere e guarda oltre l'Oceano: «Ci sentite da lì?». Alle 21.45 quello che fino a maggio è stato il faro dei romanisti prenderà l'aereo per indossare per la prima volta nella vita la maglia di una squadra che non è la Roma. Quando alle 6.40 argentine Daniele atterrerà all'aeroporto di Ezeiza, sarà anche lui uno dei milioni di "tanos". Come "el Tano" è Daniel Angelici, presidente del Boca che, grazie soprattutto alla volontà e alla mediazione di Nicolas Burdisso, lo ha accolto con un contratto da Campione del Mondo qual è.

Il Faro del Gianicolo, regalato a Roma dalla comunità degli Italiani d'Argentina nel 1911

Con la benedizione dei numeri 10

L'ultimo giorno in Italia, Daniele l'ha trascorso all'insegna del numero 10. Si è svegliato con un messaggio audio firmato dal 10, anzi Diez, più famoso del mondo, Diego Armando Maradona. Lo ha reso pubblico il il giornalista argentino Martin Arevalo: «Non ti conosco bene, però sappi che da parte del Boca e da parte mia qui puoi stare tranquillissimo. Ci vedremo molto presto, vieni qui. Per noi, vederti indossare la maglia del Boca è come San Gennaro che scioglie il sangue. Ti mando un bacio, saluti alla famiglia». Non male come biglietto da visita, detto da un altro Campione del Mondo che ha vestito la maglia azul y oro.

Da un 10 all'altro, ha fatto sognare e forse piangere il video condiviso da Totti su Instagram, in cui, seguito dal figlio Cristian, corre con De Rossi nel bosco a Sabaudia. DDR non ha mai smesso di allenarsi, ben cosciente del fatto che a Buenos Aires, chi non vede di buon occhio il suo arrivo, userà la forma fisica, l'età e gli infortuni come principali elementi per screditarlo. Ma soprattutto perché il Boca è nel pieno della Copa Libertadores (l'andata degli ottavi contro l'Atletico Paranaense si giocherà in Brasile mentre sarà in volo) e il 28 sera inizierà il campionato: una squadra in cui non sarà facile imporsi dall'inizio. Perciò Daniele si è allenato sul Monte Circeo, dopo essersi allenato all'Acqua Acetosa e ad Acquapendente. Nel pomeriggio, invece, solo acqua: quella trasparente della lunghissima spiaggia di Sabaudiale ultime ore con la famiglia prima di scavalcare l'Oceano, solo con se stesso.

Italiani d'Argentina

In Argentina i giornalisti dicono che verrà presentato dopodomani. Si parla di un allenamento a porte aperte, forse alla Bombonera, ma nulla ancora è stato confermato. Davanti alla cittadella sportiva, la Casa Amarillagli hanno dedicato uno striscione: «Benvenuto nella Repubblica Popolare della Boca». Dove Boca sta per il quartiere: quello degli operai portuali italiani, in gran parte genovesi, che nel 1882 provarono a proclamare l'indipendenza dal resto dell'Argentina.

A leggere sui social, c'è un elemento che scalda particolarmente i cuori dei tifosi xeneizes: che un grande campione del calcio europeo abbia scelto di andare al Bocca piuttosto che proseguire la sua carriera in Italia o monetizzare in qualche campionato asiatico o nordamericano. Che poi questo calciatore sia italiano, è un caso o forse no. Alla Boca si mangia focaccia genovese, uno dei simboli del club è un pizzaiolo, i fondatori si chiamavano Baglietto, Scarpatti, Sana, Farenga, Movio... E via dicendo. Da stasera anche Daniele è un italiano d'Argentina e nel giro di poco la azul y oro col 16 sulle spalle sarà una maglia comune sui campetti della Capitale. E nel buio delle notti romane tanti schermi resteranno accesi per il brivido di vedere una sua scivolata alla Bombonera. A proposito: a settembre c'è già il Superclasico. Dale.