AS Roma

E la Roma continua

Dalla preoccupazione pre-partita per le tante assenze alla gioia finale. Da Castro la rabbia di chi morde l’occasione, da Lulli la speranza che la storia può ripetersi

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Federico Vecchio
19 Ottobre 2026 - 07:30

La preoccupazione si taglia col coltello. Voltandoci indietro, vediamo comunque due pareggi ed una sconfitta («Alla fine, tre partite che non vinci«) e sentiamo ancora addosso il peso dell’inspiegabile («Abbiamo perso noi, mica vinto loro«, «c’hai ragione: è come se, a ‘n certo punto, hai deciso de perde, sennò nun se spiega», «su tre angoli in sette minuti: incredibile», «come le partite de mì fijo piccolo, che c’è uno che è già cresciuto e che è arto dù metri: er mister lo mette dentro pè i carci d’angolo e quello segna sempre. E tu lo sai da prima che sarà gò. M’è sembrato de rivive la stessa cosa»). C’è chi si spinge oltre, e parla del destino avverso e di nient’altro («Era segnata. Pensace ‘n attimo: la linea fatta cor Vinavil, sennò er pallone de Malen entrava, Mancini ammonito, Gollini che para, e er pallone je rimane lì: era destino». C’è chi, poi, lancia il cuore davvero verso un ignoto fatto di sogni («Vor dì che sarà più bello batteli in finale a casa loro«) e chi, tutto sommato, magari poco poco, ci crede («No, no a casa loro: se gioca nello stadio dell’Atletico»). 

Ma ci sta tutto. Perché poi, quando scorri la formazione e, soprattutto, la panchina, ti rendi conto che abbiamo talmente tanti ragazzini che è una fortuna che si giochi di sabato sera, e non di domenica sera, perché il giorno dopo (cito il mio amico Gabriele) avrebbero avuto scuola. Insomma, entriamo con addosso non la paura di non vincere, ma di fallire. Di vedere che il viaggio, quello che tutti – e che nessuno si nasconda – abbiamo immaginato, si sia bruscamente interrotto primo ancora di prendere il casello. Ovviamente, un po’ di attenzione, ma più per evitare polemiche che per altro, c’è nel pensare ad omaggiare, come meritano, DDR ed Elsha. E c’è, perché il momento, anche se non lo esplicitiamo, è delicato. La rosa è corta, un po’ perché ci manca quell’esterno benedetto, un po’ perché ti mancano «i quattro più forti«, che sono cinque, «perché aggiungo anche Cristante». Insomma, abbiamo capito che senza Svilar, Koné, Dybala e Malen, e aggiungo anche Cristante, non siamo quella Roma che trasmette sicurezza a tutta la Tevere, ma siamo una Roma che alimenta dubbi e paure. E che, quindi, sia meglio tralasciare, per un attimo, gli omaggi a due romanisti veri. E non è che i primi minuti aiutino a dissolvere questa sensazione sgradevole («è la prima volta che, il primo quarto d’ora, non è che non abbiamo solo tirato in porta ma è che proprio non siamo entrati nell’area loro»). E non bastano nemmeno la traversa di Balerdi («Questo è forte vero») ed il colpo di testa di Mora («Mora che segna de testa, fa il paro con l’assurdità dei tre angoli de mercoledì…»), perché quando Elsha («E chi, se non lui?!») fa una cosa alla Elsha, la preoccupazione piano piano vira verso la certezza («E’ inutile: oggi perdemo»). 

L’intervallo diventa tutto una domanda con due sole, immancabili, risposte («In mezzo, deve mette Pellegrini pè dà ordine«, «Wesley, ce vole Wesley»), mentre in qualcuno aleggia il dubbio che «Lulli, con accanto Soulé, gioca male (?!): secondo me rende mejo quando c’è Dybala». Il problema è che anche i più ottimisti si rendono conto di un dato, e cioè che questa sia una squadra di undici che poco abbiano, sin qui, giocato insieme («Dimme quante volte Castro ha giocato con De Roon o cò Pisilli…») e che, più che dal gioco, «oggi la vittoria può arrivare dalla giocata di uno». La fortuna è che noi, qualche credito, col Dio del Pallone ce l’abbiamo, soprattutto in questa settimana. Perché non passano cinque minuti che Castro inventa una giocata che, in Tevere, viene accolta col beneficio del dubbio («O ha fatto un capolavoro, o è un rimpallone con un avversario», «secondo me ha sbattuto addosso a uno», «non se poteva inventà ‘n pallonetto da lì: troppo poco spazio», «solo a Maradona, cò la punizione a due contro la Juventus, jo visto fa ‘na cosa der genere. Me sembra impossibile»). La realtà ci dirà, ma dopo, che Castro ha fatto proprio un capolavoro, perché si è inventato un pallonetto in uno spazio inesistente. Che non sarà Maradona – ed a tanto nessuno si azzardi – però fa capire che, quest’anno, abbiamo due centravanti («Mentre ‘n’anno fa, de ‘sti tempi, ricordate quello che doveva succede pè mannalla dentro…»). 

A quel punto, lo capisci, ma solo a quel punto, che la possiamo portare a casa. Perché il Genoa non sembra potersi rendere pericoloso («Dimmi che altro hanno fatto prima e dopo la traversa?») e perché, stavolta, Gasp cambia e cambia bene. E quando Soulé nasconde la palla a tutti quelli che si approssimano lungo tutta la linea del fallo laterale, avversari e guardalinee compresi, a seguire parte una triangolazione da cui capisci che i calciatori che hanno tecnica devono sempre giocare insieme. E quando quell’azione finisce con quel ragazzino che non sa nemmeno come debba esultare uno che segna all’Olimpico («Nun sapeva che fa e dove annà!»), allora ti rendi conto che il viaggio è ripreso, e pure bene. E, finalmente, la Tevere si scioglie in un applauso per Elsha, ormai in panchina, e per DDR. Che, meglio di chiunque altro, conoscono quella preoccupazione che alberga in ciascun romanista quando speri che possa essere e invece no. E finisce. E finisce che abbiamo vinto. Che Gollini, in Campionato, non ha subito reti. Che Castro, il vice Malen, ha segnato. Che De Roon, se non fosse arrivato a Trigoria tre minuti fa, meriterebbe la fascia di Capitano. Che Soulé ha fatto Dybala. Che Mora «non è Baldanzi«. Che Lulli. E qui mi fermo. Perché Lulli, per alcuni seggiolini, è figlio di quella stessa madre che ha generato «Di Bartolomei, Righetti, Giannini, Totti, De Rossi, Florenzi«, è la prova che abbiamo un futuro, è il nostro destino, le nostre speranze, messe in mano ad uno dei nostri figli. Perché «Lulli che segna è la Storia della Roma che non finisce». E sono queste, tra tutte, le parole più belle. Poesia. Altissima poesia.

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