Desirée Maldera: «Quel sogno di papà»
La figlia di Aldo Maldera: «Prima di morire mi disse che gli era apparso Ago: “Vieni con me”. Ora sono insieme»
Ci sono persone che il tempo non porta via davvero. Si trasformano, diventano presenza silenziosa, carezza invisibile, un battito che continua a vivere dentro di noi.
Per tanti, mio padre era Aldo Maldera un grande calciatore, un campione, un uomo che ha scritto pagine importanti del calcio italiano. Per me, invece, era semplicemente papà.
Il mio rifugio, il mio sorriso, il mio primo amore.
Da bambina non avevo davvero compreso cosa significasse il suo nome. Per me era naturale che la gente lo fermasse per strada, o che iniziasse a raccontare una partita con gli occhi ancora pieni di emozione. Io lo guardavo e vedevo solo lui: il mio papà. Solo crescendo ho capito che aveva fatto parte di qualcosa di immenso. Aveva lasciato un segno nella storia del calcio, ma soprattutto nel cuore delle persone.
Con il tempo anche il mio modo di ricordarlo è cambiato. Da bambina sentivo soprattutto il vuoto della sua assenza. Oggi, invece, sento un amore che non ha confini e un orgoglio profondo nell’essere sua figlia. Ogni racconto della mia famiglia, ogni ricordo dei suoi amici, ogni persona che ancora oggi mi ferma per dirmi “tuo papà era una persona speciale” è come un abbraccio che arriva da lui. È come se continuasse a raccontarsi, a farsi conoscere, a restare.
Ci sono momenti che mi commuovono ogni volta, come se li vivessi per la prima volta. Quando sento Roberto Pruzzo, Paulo Roberto Falcao, Sebino Nela,Maurizio Iorio o Carlo Ancelotti parlare di lui, il cuore si riempie e si stringe insieme. Nelle loro parole non rivedo solo il campione che tutti hanno ammirato, ma l’uomo che io continuo ad amare ogni giorno. Sentire l’affetto, il rispetto e la dolcezza con cui lo ricordano è uno dei doni più preziosi che la vita continua a regalarmi.
Ancora oggi io ho legame profondo con questi campioni e i loro figli.
In tanti si chiedono come abbia fatto un milanese, cresciuto e diventato campione con il Milan, a diventare così profondamente romanista. La verità è che Roma gli ha regalato il dono più grande: l’amore. Qui ha incontrato mia madre, Alessandra, una romana vera, intensa, capace di fargli mettere radici nel cuore di questa città. Da quel momento Roma non è stata più solo una squadra, ma casa, famiglia, destino. E credo che sia impossibile vivere Roma senza innamorarsene. Lui se n’è innamorato perdutamente.
C’è poi un ricordo che custodisco come qualcosa di sacro. Poco prima di lasciarci, papà ci raccontò di aver fatto un sogno. Disse che gli era apparso Agostino Di Bartolomei e che gli aveva detto: “Aldo, vieni con me.” Ogni volta che ci penso sento un brivido dolce e profondo. Non ho mai cercato una spiegazione. Ho solo scelto di crederci, di tenerlo stretto nel cuore. Mi piace immaginare che oggi siano insieme, a sorridere, a parlare di calcio, della loro Roma, della vita… e forse anche di noi.
Mi manca ogni giorno. Ma ci sono giorni in cui la sua presenza è così forte da sembrare quasi reale. Come se fosse lì, accanto a me, a guardarmi con quello sguardo pieno d’amore.
Grazie, papà. Per l’uomo meraviglioso che sei stato.
Per l’amore che hai lasciato dentro di noi. Per i valori che continuano a guidarci. Per tutto quello che sei ancora, ogni giorno, nella mia vita.
L’amore vero non conosce il tempo. Non finisce, non si spegne. Si trasforma e resta.
Buon viaggio, papà.
Ci rivedremo.
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