AS Roma

Un secolo di Sensi

Cento anni fa, a un anno dalla fondazione, nasceva Franco, figlio di Silvio. Come Dino Viola scardinò il potere calcistico, fino a ribaltare la storia. Quando la vita è la Roma

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Vittorio Cupi
29 Luglio 2026 - 07:00

Nove anni prima della sua nascita, il papà Silvio, giocatore del Pro Roma, aveva segnato tre gol contro la Lazio in una delle tante rovinose sconfitte della storia biancoceleste (finì 9-2 per il Pro Roma). Il destino era già scritto per Franco Sensi, che proprio insieme a papà Silvio fu accompagnato a vedere la Roma di Testaccio e che oggi avrebbe compiuto 100 anni. Nato un anno prima della Roma, il 29 luglio 1926, ma quando la Roma era già nell’aria. 

Prima di diventare il presidente del terzo scudetto è stato tifoso, dirigente (con un ruolo organizzativo in occasione della finale di Coppa delle Fiere vinta nel 1961), ancora tifoso, fino a rispondere alla chiamata nel momento in cui, dopo una carriera imprenditoriale di successo, era pronto. «Vincenzo, sto con te», disse a Vincenzo Malagò, che stava cercando di formare una cordata di imprenditori romani per rilevare la Roma da Ciarrapico. Ne rimasero due, lui e Pietro Mezzaroma, ma lui non voleva mezza Roma, la voleva intera, e pochi mesi dopo rilevò le quote del suo socio. E così, nel 1993, iniziò la presidenza più lunga nella storia della Roma. Difficili i primi anni, sia perché c’era da capire bene che tipo di mondo fosse quello del calcio, sia per gli eventi antistorici che la finanza “creativa” faceva accadere nell’altra sponda. Non era accettabile, e questo gli costò pesanti contestazioni.

Ma il primo a condividere quel sentimento era lui e così nel 2000 capì subito cosa c’era da fare: acquistare Gabriel Omar Batistuta per completare una squadra che era già forte, e che si èra già assicurata Emerson e Samuel per salire l’ultimo gradino. Quello per arrivare più in alto di tutti, il 17 giugno 2001. In quello scudetto c’è tutta la volontà, la pervicacia, l’acume e soprattutto il romanismo di un uomo che ha sempre avuto la Roma come compagna di vita insieme alla famiglia, e che proprio alla famiglia aveva chiesto, nel 1993, che cosa fare. La votazione, si dice, finì 3 a 2. E così iniziò l’avventura che lo ha portato non solo a guidare la squadra verso il trionfo e a colorare una città di giallorosso, ma anche a farsi più che degno erede di una tradizione che vuole la Roma all’opposizione. 

Come Dino Viola prima di lui, anche Franco Sensi ha vinto scardinando il potere calcistico. E ha continuato a combattere anche dopo, quando solo la salute lo ha fermato, proprio nel momento in cui si stava presentando anche il conto degli sforzi economici fatti. Capì che la figlia Rosella era la persona ideale in famiglia a cui lasciare progressivamente la gestione della Società e anche lei lo ha fatto come meglio non si poteva. Rosella dimostrò di avere bene imparato dal padre. 
I figli non si vendono, e quindi così come Totti non fu venduto dal padre, De Rossi non fu venduto dalla figlia. I risultati si conquistano contando solo sulle proprie forze. E così la Roma uscì pulita da Calciopoli e continuò a vincere, con un commovente Franco Sensi che andò all’aeroporto di Fiumicino, stanco e malato, per accogliere la squadra che aveva vinto la Coppa Italia e con gli “aiutini” all’Inter che le impedirono di conquistare altri due scudetti. Tra uno e l’altro, nell’agosto del 2008, Franco Sensi se ne andò, mantenendo la promessa che avevo fatto anni prima: «Lascerò la Roma solo nella bara». 

Ma lui sarà sempre parte della storia della Roma, come la Roma era parte di lui già da prima della sua nascita. Sua al femminile, della Roma, e sua al maschile, di Franco Sensi. Cento anni fa.

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