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Pietro Mezzaroma, il bene della Roma

Lo scorso 4 agosto è venuto a mancare a 91 anni il noto imprenditore. Nel 1993 rilevò assieme a Sensi la società, in crisi economica, e contribuì a salvarla dal crac

PUBBLICATO DA Vittorio Cupi
10 Agosto 2026 - 08:00

«Per battere questa Lazio basta Mezzaroma, in tutti i Sensi». Lo striscione fu esposto in Sud nel derby del 24 ottobre 1993. Pochi giorni dopo, la mezza Roma di Franco Sensi divenne tutta intera, rilevando il 50% di quote di Pietro Mezzaroma. Durò quindi pochi mesi l’avventura da co-proprietario della Roma del costruttore romano che se n’è andato il 4 agosto scorso, a 91 anni. Era iniziata ufficialmente il 2 giugno 1993, con l’annuncio a Trigoria e le sue prime parole. «È un atto di responsabilità». Poche parole, come nel suo stile. «Preferisco i fatti», disse, coerentemente con la sua storia.

Una storia che parte dal basso, perché il giovane Pietro aveva iniziato a lavorare come falegname insieme al padre. Nel Dopoguerra la famiglia entrò nel settore delle costruzioni e incise moltissimo nello sviluppo della Capitale. Con i fratelli si occupò di costruire in aree come Cinecittà e Torrino, ma anche San Basilio e Tor Bella Monaca, fino a Talenti e all’Eur con la società sotto il nome di Impreme, acronimo di “Imprese Mezzaroma”. Quattro figli, Barbara, Valentina, Alessandra e Massimo, cui vanno le condoglianze del Romanista, come a tutta la famiglia. Massimo peraltro è stato presidente del Siena (con lui anche Valentina in quegli anni) e della M. Roma Volley. In quel periodo amava dire di essere stato il primo Mezzaroma nato potendo mettere insieme il pranzo con la cena. Non era una battuta, era una frase detta con ammirazione per il lavoro fatto dal padre e dal nonno.

A un certo punto, la storia di Pietro Mezzaroma si è incrociata con quella della sua squadra del cuore. Era il 1993, ma sarebbe potuto accadere anche due anni prima, dopo la morte di Dino Viola. Invece la Roma fu presa da Ciarrapico e ridotta finanziariamente molto male. Con l’arresto del Presidente, partì la corsa alla salvezza. Il tentativo dei vicepresidenti Aldo Pasquali e soprattutto Vincenzo Malagò (papà di Giovanni, attuale presidente della Federcalcio), aiutati da Banca di Roma, fu quello di mettere in piedi una cordata di imprenditori romani. Uno a uno, però, o si sfilavano o finivano nel vortice di Tangentopoli. Pietro Mezzaroma, che aveva sempre sentito la necessità di restituire qualcosa alla città grazie alla quale era diventato un imprenditore di successo, sembrava rimasto solo, fino all’intervento di Franco Sensi. Due imprenditori di successo, romanisti, molto diversi tra loro.

Inizialmente la presidenza fu affidata al generale Ciro Di Martino, ma era una società a due teste che fatalmente non poteva durare. Mezzaroma scelse Moggi come direttore sportivo, Sensi rispose imponendo Mazzone come allenatore. Teneva molto al settore giovanile, dove per un anno lavorò il figlio Massimo, incrociando naturalmente un giovanissimo Francesco Totti e un Bruno Conti che proprio in quel periodo iniziò il suo percorso di dirigente.

La convivenza tra i due proprietari non era semplice. Difficile trovare un punto di equilibrio tra due personalità abituate a comandare. In fondo era normale. Così a novembre si trovò l’accordo e la Roma fu tutta di Sensi. Mezzaroma uscì con l’eleganza di sempre. Forse ne soffrì, da tifoso quale era sempre stato. Tifoso acceso e scaramantico, al punto tale che dopo Roma-Liverpool, la sfortunata finale di Coppa dei Campioni del 1984, non andò più allo stadio perché temeva di portare iella. Da tifoso, oltre che da uomo serio, nei pochi mesi in cui c’è stato ha messo la stessa attenzione e maniacalità che metteva nella sua azienda. Quella che aveva creato. La Roma, invece, l’ha salvata. E per questo merita un’altra volta un ringraziamento e un pensiero dolce da ogni tifoso romanista.

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