Castro, parla l'ex allenatore Cielinski: "Faceva il terzino, così l'ho spostato in attacco"
In esclusiva il suo tecnico al Vélez Sarsfield: "Non gli importava il ruolo, voleva giocare. La potenza il suo punto di forza, gli serve un'ala veloce al suo fianco"
(GETTY IMAGES)
Ora è anche ufficiale: Santiago Castro è un nuovo giocatore della Roma. Gasperini ha il suo nuovo attaccante, il vice Malen, almeno sulla carta, poi chissà. Anche l’argentino, che viene soprannominato “El Torito” per la somiglianza a Lautaro Martinez ma che ha come idoli pure Batistuta, Tevez e Milito, non nasce prima punta. Lo ha raccontato lui stesso: ai tempi del Vélez Sarsfield giocava da terzino destro, “poi un allenatore che si chiama Daniel Cielinski mi chiese se avrei voluto giocare da centravanti”. Allora lo siamo andati a cercare quel Mister Cielinski. Ci ha risposto da Buenos Aires, tra un allenamento e l’altro, tra il settore giovanile dell’Atletico Perù e le ragazze della squadra femminile Los Andes. Riavvolgere i nastri della memoria è un attimo, il ricordo di Santiago Castro è lì, vivido: “Era solo un bambino, ma aveva tanta voglia di imparare e un bella famiglia alle spalle”.
Si ricorda la prima volta che ha visto Castro? Che ragazzo era?
"Era il 2014, un mio collega mi dice: “Guarda, questo ragazzo dice che vuole giocare da centrocampista, vuole giocare da terzino. Guardalo, dimmi cosa ne pensi”. Quando lo vedo mi colpisce un bambino di 10 anni con tantissima voglia, irrequieto, davvero molto irrequieto, forse un po’ disordinato proprio per la grande energia che aveva. Intensità, corsa, capacità di saltare: qualcosa in più rispetto alla media degli altri bambini. Iniziamo a lavorare sulla tecnica e, in alcuni esercizi in spazi ridotti, in campo piccolo, si vedeva che non era ancora così raffinato. Aveva più capacità, diciamo, sulle distanze lunghe".
È in quel momento che ha provato a cambiare ruolo?
"A quell’età se chiedi a un bambino “dove ti piace giocare?”, la maggior parte ti risponde: “Attaccante”. Non c’è quasi nessuno che ti dice: “Voglio fare il difensore centrale”, è difficile. Invece Santiago mi diede una risposta diversa: lui voleva giocare, voleva semplicemente giocare. E quando costruisci una squadra, guardi l’attitudine del calciatore. E lui aveva voglia, voleva iniziare
sempre l’azione, essere sempre lui quello che dava il via alla giocata. Questo poteva indicare che poteva diventare un attaccante. Però ancora non aveva il fisico che avrebbe avuto in futuro. All’inizio però, lì davanti, non è andata bene. Lo metto attaccante e proviamo. Lui mi guardava come per dire: “Secondo me no”, perché era già molto furbo, aveva già capito la situazione. Poi per 10 partite non segna nemmeno un gol. Io però pensavo che bisognasse insistere su quella strada. Sono uno di quelli che ritengono che nel calcio giovanile il risultato non sia così importante: bisogna formare i giocatori. E poi, alla decima partita credo abbia segnato due gol. Da lì è iniziato tutto: è rimasto in quel ruolo e naturalmente gli è piaciuto. Non si è più fermato".
Qual è la qualità migliore che ha visto in Santiago Castro quando era il suo allenatore?
"Quando da piccolo si vede un bambino giocare a calcio, la cosa che ti colpisce è la voglia di imparare e la voglia di esserci sempre, di non stare mai fermo e di muoversi continuamente. Aveva sempre il desiderio di cercare la palla, con la voglia magari di provare qualche giocata un po’ particolare, che uno pensa: “Ma cosa gli è venuto in mente?”. E poi magari viene fuori un gol straordinario, perché io l’ho visto segnare gol incredibili. Poi era un bambino sempre positivo, sempre ottimista, sempre proiettato in avanti. Ma se dovessi scegliere una qualità dico la potenza. Ha il coraggio di calciare con entrambi i piedi, tira forte, va sempre sulla palla. Da difensore sarebbe difficile da fermare, diciamo. Bisognerebbe anticiparlo, perché se parte in velocità è possibile che vinca sempre lui".
Al Velez Castro ha giocato anche esterno. Lei dove lo vede nell’attacco della Roma?
"Conoscendo Santiago credo che avrebbe bisogno di un compagno veloce al suo fianco, magari uno rapido sulla fascia, che possa fornirgli palloni per permettergli di arrivare alla conclusione, di finalizzare. Sulla posizione non ho dubbi: io lo vedo nell’area di rigore, lo vedo dentro l’area, nella zona della lunetta".
Cosa direbbe a Santiago se lo potesse incontrare?
"Gli auguro il meglio, che possa andare tutto bene a lui e alla sua famiglia. Una famiglia spettacolare: suo padre è stato un calciatore in una società delle serie inferiori qui in Argentina (il Comunicaciones Club, ndr), ma non ha raggiunto la stessa fama di Santiago. Però ha sempre accompagnato il figlio ad ogni allenamento e ad ogni partita. E non ha mai interferito, non si è mai intromesso nel lavoro degli allenatori. Se giocava nel ruolo sbagliato, se disputava una partita intera o giocava meno minuti. È sempre stato molto rispettoso: seguiva suo figlio, lo guardava, si godeva il suo percorso e basta. È un aspetto importante nella crescita: a volte i genitori pensano di essere tutti allenatori e finiscono per creare confusione. Ma Castro ha avuto la fortuna di avere una famiglia diversa".
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