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Roma-Atalanta in tribuna Tevere: vorrei ma non posso

Campo e scrivanie, preoccupazioni e ambizioni, amore e ragione. La fatica di una serata storta raddrizzata ma non del tutto e quei fischi del “non se ne può più”

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Federico Vecchio
20 Aprile 2026 - 07:30

Due segnali deponevano malissimo. Il primo, che, nemmeno sceso dalla Vespa, sentivo, da due separati gruppi di tifosi in attraversamento del ponte che porta all’Obelisco, un «stasera vinciamo solo se segna tre gò Malen» a cui faceva eco un «mamma che depressione che c’avemo…»; il secondo, che il mio fraterno amico che, con nome di fantasia, continuerò a chiamare Gabriele, non mi aveva scritto nemmeno un whatsapp. E non era (e non è) da lui, in vista di una partita così importante per la nostra stagione (ed il vero guaio è che non mi scriverà nemmeno dopo, a riprova che a tutto c’è un limite, anche alla pazienza del tifoso). Non andava bene. Così non andava per niente bene. E sì che gli astri si erano allineati a nostro vantaggio, perché il Como aveva (incredibilmente) perso contro il Signor Matic (ipse dixit) e la Juventus avrebbe dovuto ancora giocare contro il Bologna. Questa Atalanta va, quindi, battuta, per la classifica, perché non è che ci stiano proprio simpaticissimi, perché è ora di vincere contro una «grande», perché abbiamo bisogno di qualcosa che ci dia slancio. 

L’ultima settimana è stata come quando papà e mamma litigano e papà è andato a dormire a casa di nonna. E, quindi, noi chiediamo soltanto due cose: parlatevi e ripartiamo subito. Ma ai tornelli era chiaro che l’attesa non fosse tanto per la formazione, nostra o di quegli altri, ma per altro, e cioè per quei due momenti che, secondo i più, necessariamente saremmo stati chiamati ad affrontare: da un lato, l’annuncio, al momento del lancio delle formazioni, del nome di Gasperini; dall’altro, l’inevitabile inquadratura che, prima o poi, avrebbe dovuto essere proiettata sugli schermi dello Stadio del volto di Ranieri. Il termometro di quello che è e di quello che sarebbe stato veniva indicato in questi due inevitabili passaggi e, conseguentemente, nella risposta dello Stadio. 

Facevo fatica, inserendomi in un dibattito serrato tra i pro ed i contro, a dire che non avrei voluto sentire parlare di questo e quello, che noi le cose non le conosciamo, che dobbiamo solo pensare alla necessità di vincere ora ed adesso. Facevo fatica, anche perché, mentre stavo per sferrare il colpo del ko (ce l’avevo sulla punta della lingua quel «io non faccio il tifo per Gasperini, per Ranieri - che, se parla, è perché ama la Roma - per la proprietà: io faccio il tifo per la Roma. Preoccupiamoci di vincere»), restavo bloccato al tornello per mia colpa, perché, va detto, gravemente colpevole, come avrei scoperto solo dopo, di avere tarato il mio telefonino su un livello di luminosità dello schermo troppo bassa, il che impediva di fare rilevare il mio codice di abbonamento dal sensore. Venivo, quindi, bonariamente invitato, da un gruppo di tifosi, a quel punto compressi alle mie spalle, a farmi da parte per farmi «spiegà come funziona er telefono!» oppure a starmene «a casa che te à vedi sur divano, cò tu moje che te spiega come funziona er telecomanno!». 

Finalmente, superato il momento di imbarazzo, mi sedevo ed attendevo quei due momenti. Ma arrivava soltanto il primo, accompagnato da applausi e non da fischi, e questo stava a significare che il primo scoglio era superato. Subito dopo, mentre Marcenaro non aveva ancora fischiato l’inizio, la Sud esponeva chiara la necessità di andare uniti alla meta. Che suonava come un manifesto di intenti, rivolto a tutti, e cioè che, a questo punto, siamo noi ad indicare la strada: veniteci dietro («Ce devono stà a sentì!»). Il problema è che il nervosismo, declinazione inevitabile del clima di preoccupazione che avvolgeva la Tevere, si faceva, piano piano, sempre più spazio nel momento in cui, in ripartenza, ci scambiavamo il pallone come nemmeno a Ostia, a luglio, quando la sabbia scotta che ti devi sbrigare a darla per poi posizionarti con i piedi all’ombra («Ma se po’ palleggià così?»), Ndicka marcava a tre metri («Perché tutto quello spazio?»), Svilar non si capiva perché («Perché s’è tuffato dopo? Nun l’ha vista?») e Krstovic spiegava la ragione per cui quest’anno, soprattutto prima dell’arrivo di Malen, ci avrebbe fatto tanto comodo («Doveva venì da noi…»). E meno male che ripartivamo a testa bassa, costringendo Carnesecchi a fare tre parate vere. E meno male, ancora, che dopo un cross di quelli lenti che tu fai in tempo, mentre il pallone viaggia, ad insultare Celik («Ma questo nun po’ giocà… altro che rinnovo...»: frase detta mentre quel pallone era in volo, giuro), Rensch si alzava sul secondo palo ed Hermoso si faceva perdonare quello scambio a centrocampo che nemmeno, come detto, a luglio tra gli ombrelloni. 

A quel punto, il convincimento è che la nostra partita sarebbe potuta (e dovuta) proseguire su quella direttrice, perché l’Atalanta, pur pericolosa in contropiede («Ancora a criticà Svilar…»), ci aveva sino a lì subìto. Poi, però, arrivavano il secondo tempo ed i cambi. Arrivava Venturino («Se dà da fà»), arrivava Pisilli («Se vede che sta male»), arrivava Ghilardi. Arrivava, poi, anche Vaz che spostava Malen a sinistra («Ma perché?!»). Ci provavamo, ma senza fortuna. Perché arrivavano, ancora, anche Tsimikas e le sue punizioni («Tu me devi dì…»). 

Restavamo, quindi, lì, inchiodati, da questo pareggio, a pensare a tutto quello che ci eravamo illusi potesse essere e non è stato. Sì, è vero che l’Atalanta ha cambiato i titolari con i titolari, mentre tu hai cambiato addirittura alcune riserve con altre riserve, ma tutto questo non basta a rendere meno amara la delusione di un’altra mancata vittoria. La delusione di un’altra stagione in cui davvero avremmo potuto, ma non è stato. E, a quel punto, quei fischi che piovevano soprattutto dai distinti questo volevano dire: è che non se ne può più. È che vogliamo stare lì a lottare ed esultare, non a rammaricarci, provare a capire, spiegare. Ed è proprio per questo che Gabriele non mi ha scritto nemmeno a fine partita. E, se non mi ha scritto lui, c’è da preoccuparsi, credetemi

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