La linguaccia di Nainggolan mentre corre verso la Sud con la Nord ammutolita e il tabellone che indica 2-0 è lo sberleffo della Roma alla Lazio ma anche il biglietto da visita lasciato da Di Francesco al tavolo delle grandi del campionato. Da oggi in poi i test sono finiti, da oggi la Roma va considerata in via definitiva sullo stesso livello del Napoli stellare e della Juventus stravincente.

L'ultimo esame è stato superato ieri pomeriggio dentro un Olimpico ribollente, decima vittoria su dodici partite, 2-1 contro una Lazio forte sì, ma periferica rispetto al villaggio della serie A. Al centro invece c'è la Roma di Di Francesco, che attacca, domina, pressa alto e segna (Perotti su rigore procurato da Kolarov, e Ninja supereroe, prima del rigoretto di Immobile) in qualsiasi condizione, contro qualsiasi avversario, se fa freddo e se fa caldo. Il clima ieri è rimasto bollente tutto il pomeriggio, nonostante le temperature bassine e la solita tensione che una partita come questa inevitabilmente reca con sé. Nel nome di Gabriele Sandri le due curve si sono persino unite prima della partita, per la suggestiva coreografia della Nord e ovviamente per la presenza di Giorgio e Cristiano, mentre la scritta Roma su fondo rosso nella Sud ricordava a ogni tifoso presente radici e prospettive differenti. Tatticamente è stato un derby che s'è sviluppato nella direzione che si poteva immaginare, con la Lazio attenta a non lasciare spazi in mezzo al campo, con il presidio dei cinque centrocampisti e, nel sottopalla, anche di Luiz Alberto, e la Roma che non ha voluto perdere la sua identità ormai faticosamente raggiunta e quindi non ha mai rinunciato all'aggressione alta, a costo di rischiare qualcosa alle spalle della linea difensiva. Rischio altissimo nei primi cinque minuti, quando ancora le distanze tra i reparti non erano perfettamente registrate: così al 2' Immobile si è trovato a tu per tu con Alisson mentre l'assistente numero 1 Di Liberatore teneva la bandierina bassa a rendere legale una posizione che a tutti era apparsa evidentemente in fuorigioco, e solo al gol di Immobile la bandiera è andata su: chiaro l'obiettivo del guardalinee di godere del conforto del controllo silente del Var. Che ha confermato l'irregolarità. Poi la Roma s'è registrata e la Lazio ha cercato gloria solo a metà tempo con due tentativi ravvicinati di Marusic: il primo, al 25' per Parolo, maldestro nella deviazione, il secondo al 26' per Immobile, con Florenzi in leggero ritardo nella chiusura in linea con il reparto, ma la girata di testa è finita alta. Per il resto solo la Roma, con due occasioni concrete e tre potenziali: Nainggolan al 10' con sombrero di destro e tiro al volo di sinistro alto, al 17' con Dzeko di testa a sovrastare Bastos ma con conclusione morbida, al 20' ancora con Dzeko e ancora di testa con Strakosha impotente e palla finita fuori, al 30' con Strootman con girata di sinistro non perfetta, al 37' con il terzo tentativo di Dzeko a chiamare stavolta Strakosha alla prodezza. Netta la sensazione che la Roma stesse prendendo il sopravvento.

E infatti nel secondo tempo la Roma è partita subito forte, alzando se possibile ulteriormente la linea del pressing e raccogliendo in otto minuti le due reti che hanno scavato il solco incolmabile, frutto di due pressioni altissime della squadra: al 4' Nainggolan indiavolato ha stretto quasi da solo tre giocatori della Lazio fino alla bandierina, costringendo Bastos al rinvio sballato e sul fallo laterale Kolarov è entrato dritto in area costringendo lo stesso Bastos al fallo, tanto evidente quanto inutile. Perotti dal dischetto ha ipnotizzato lo specialista Strakosha. Altri quattro minuti e ha tracimato proprio Radja, che questa partita neanche doveva giocarla, e invece raccogliendo un'altra pressione di Perotti su Bastos ha puntato dritto Radu col supporto in sovrapposizione di Florenzi, e non appena l'avversario si è staccato di qualche centimetro per assorbire l'eventuale passaggio, ha calciato dritto all'angolo più lontano. È stata l'apoteosi perché con una squadra così l'evento di una possibile rimonta è rarissimo e non pronosticabile. Tanto che già in occasione del primo gol, la curva si è colorata ancora di giallorosso con una nuova coreografia, partita nel secondo tempo e perfetta a suggellare i festeggiamenti per il rigore di Perotti, perché "L'Urbe siamo noi".

Tanta serenità tra i romanisti è stata a lungo confortata dagli eventi del campo. La Lazio è andata in bambola, Bastos sotterrato dal peso dei due errori, Parolo ha sfiorato di braccio su corner rischiando un altro harakiri: Inzaghi ha provato allora a risvegliarla inserendo Lukaku per Lulic e Nani per Leiva, alzando un po'il baricentro della sua timida squadra con un trequartista (Luis Alberto) e due punte (Nani ad affiancare Immobile). Kolarov al 24' ha provato a dimostrare che davvero non avrebbe avuto alcun problema ad esultare in caso di gol personale, poi un attimo dopo un cross laterale di Nani ha spaventato Manolas e Alisson, così uno non è uscito mentre il difensore ha spostato la traiettoria di braccio/spalla: spalla per l'arbitro, braccio per il Var che ha concesso il rigore dopo qualche secondo di attesa. Ha tirato Immobile, ha intuito Alisson, ma la palla è passata. Per non avere rimpianti, Di Francesco ha messo anche il terzo centrale, Juan Jesus. Ma tanto come la Lazio ha provato ad intensificare il forcing, transizioni ben portate la invitavano a non esagerare, e ad accontentarsi del 2-1: per come s'era messa a un certo punto, è stato un buon risultato anche per loro.